Parafrasando lo scrittore saggista Javier Cercas: ”per paura di essere confinati nelle latrine del cosiddetto revisionismo, ci sono degli storici che eludono la realtà o si mordono la lingua, o rinunciano al coraggioso rischio dell’interpretazione e si rassegnano alla docilità pusillanime dell’ortodossia accademica o ideologica. È una catastrofe da cui nessuno esce vincitore, salvo quelli che mentono, manipolano e ignorano. Lo storico revisiona la revisione e la revisione della revisione della revisione, così all’infinito”.

Frequentavo i primi anni della scuola superiore, quando per un compito assegnatoci, dalla biblioteca scolastica ho reperito tre volumetti dal titolo, Storia della Sicilia medievale e moderna scritti dallo storico inglese Denis Marck Smith, ironia della sorte 35 anni dopo, da un lascito di libri, che me ne è stato fatto dono, tra i tanti ne ho trovato uno scritto proprio da  Denis Marck Smith, Le guerre del Duce; scritto puntuale e preciso.

 

  •  Pag. 29. ..contemporaneamente, era ansioso di rafforzare i gruppi di destra fascisti austriaci, perché il suo proprio movimento fascista avrebbe guadagnato in forza e fama se fosse riuscito a diffondersi in altri paesi precedendo i nazionalsocialisti.

 

  • Pag. 32.  … Quando il ministro degli Esteri francese, Aristide Briand, tentò di andar oltre Locarno, avanzando l’idea di un’unione federale europea, l’iniziativa sembrò una manovra per accrescere l’influenza francese, e quindi qualcosa cui occorreva opporsi. Per contrastare qualsiasi progresso dell’ideologia democratica, era stato creato in Svizzera, con denaro italiano, un istituto fascista internazionale «indipendente»; e contro l’idea di Briand fu fondata in Italia, con l’aiuto di sovvenzioni governative, una nuova rivista, chiamata «Antieuropa», con il compito di propagandare l’alternativa di un’espansione mondiale del fascismo. Mussolini incaricò il suo direttore, Asvero Gravelli, di studiare la possibilità di creare una società fascista internazionale che facesse di Roma un centro alternativo ad un tempo a Ginevra e a Mosca. «Antieuropa» proclamò senza falsa modestia che il fascismo era la più grande rivoluzione dell’epoca moderna. Soltanto Mussolini aveva l’intelletto e la volontà necessari per imporre all’Europa una disciplina appropriata, e per sfidare i valori della democrazia, del comunismo e dell’americanismo. Oltracciò, di tutti i paesi l’Italia era la sola a possedere una posizione di primato spirituale suscettibile di venir universalmente riconosciuta. L’Europa di domani - scriveva «Antieuropa» - sarebbe stata fascista e arrogantemente aggressiva, poiché nel mondo non restava spazio alcuno per i deboli e i timorosi. Si sarebbe dovuto sottrarre all’Inghilterra l’egemonia sul Mediterraneo, e l’Italia sarebbe quindi tornata a dominare il mare nostrum.

 

  • Pag. 52. .. Le altre nazioni avrebbero dovuto arrendersi all’evidenza dei principi fascisti, che nel marzo 1933 Eduardo Zavattari, professore di zoologia all’università di Roma, definiva nei termini seguenti: «Solo con una differenziazione assoluta, categorica, infrangibile fra dominatori e sudditi può un territorio coloniale esser tenuto e saldamente gover­nalo; predominanza assoluta del bianco sul nero, separazio­ne indistruttibile di principi, di costumi, di lavoro, di meto­do, fra suddito e padrone (..) Applicazione rettilinea invece del principio di gerarchia, del principio di aristocrazia; chi comanda è colui che ha la capacità di comandare e chi ubbi­disce è quello che solo deve ubbidire». E ancora: «Vi sono razze in cui le capacità intellettuali sono limitate e circoscritte, perché si impiantano su di un substrato anatomico tal che le costringe entro quei confini assai limitati, ve ne son altre al contrario  che hanno capacità intellettive sviluppate; massime grado e come tali quindi sovrastano e dominati sulle prime. Appartengono alla prima categoria le razze colore e in particolare le popolazioni africane, appartengono alla seconda le razze europee». Naturalmente i padroni bianchi avrebbero governato nell’interesse degli indigeni, ma non si dovevano ammettere falsi sentimentalismi, né alcuna contestazione del principio basilare della supremazia bianca.    

 

  • Pag. 68…in una dichiarazione che più tardi negò di aver fatto, Mussolini s’impegnò ancora una volta a combattere per l’indipendenza austriaca, e la sua rivista <<Gerarchia>>, che in passato aveva dipinto Hitler come un cattolico e come il capo di un movimento essenzialmente cattolico, compì una brusca virata, passando a sostenere con un estremismo diverso ma non meno infondato, che gli austriaci non erano affatto un popolo tedesco, ne per cultura ne per sentimento, ma appartenevano piuttosto a una civiltà romana, mediterranea e cattolica.

 

  • Pag. 71/72 …. L’esclusivismo razziale tedesco offendeva Mussolini. Sembra che nel giugno 1934 abbia sollevato la questione con Hitler, e che in risposta questi gli tenesse una conferenza sul sangue negro da cui i popoli mediterranei erano contaminati. Riconsiderando più tardi la questione, Mussolini insisté che il razzismo tedesco era esso stesso di origine semitica, e negò che potesse comunque esistere una razza germanica. In Germania c’erano, disse, almeno sei popoli diversi, tra i quali innumerevoli erano i sintomi di degenerazione: in certi villaggi bavaresi il sette per cento degli abitanti era formato da ritardati mentali. Dopo parole così esplicite, qualunque fascista si facesse, tentare dal razzismo veniva richiamato energicamente all’ordine. Le dottrine razziali, scrisse «Critica fascista», non erano fasciste, ma costituivano anzi una grossa minaccia per la nuova civiltà fascista; e qualsiasi idea circa una superiorità tedesca nella tecnologia o nell’organizzazione andava smascherata come quella menzogna che era. L’Italia fascista non aveva nulla da imparare né dai tedeschi né da chiunque altro. La rivista «Antieuropa» pubblicò un intero fascicolo dedicato alla critica del razzismo nazista. Giovanni Preziosi, deciso antisemita, non ebbe dubbi – in ogni caso non per qualche mese – che i discorsi tedeschi su una razza ariana erano assolutamente privi di base scientifica. Anzi, la verità era piuttosto che in genere gli uomini di genio sono di sangue misto. Persino Rosenberg, il teorico del razzismo, era denunciato dal suo nome come probabile ebreo, e lo stesso Hitler era chiaramente di ascendenza non immacolata.

 

  • Pag. 75/76.. Nel dicembre 1934 Mussolini organizzò a Montreux un congresso interazionale di partiti fascisti, cui i nazisti, l’unico altro grande partito fascista d’Europa, non furono invitati, o comunque non intervennero. Il duce pensava forse a Questa «Internazionale fascista» come ad un possibile mezzo per sostituire alla SdN qualcosa di più vitale ed autorevole, e certo c’era l’intenzione di affermare la superiorità del fascismo italiano sul nazionalsocialismo. La nota antitedesca risonava incessantemente nella stampa italiana, e ciò va forse collegato al timore contingente che i tedeschi fossero vicini ad un accordo con la Francia, che avrebbe lasciato l’Italia impotente. I giornali parlarono della megalomania di Hitler, della barbarie germanica, e di una minaccia tedesca alla pace in Europa. Hitler fu designato come «Anticristo», e sulla vanità di Goering e di Goebbels circolarono barzellette crudeli, che appena un anno dopo la censura avrebbe bloccato. Il diritto romano e il diritto germanico furono proclamati antitetici, e nel luglio 1935 «Gerarchia» osservava che, al disotto di una somigliane superficiale, la differenza tra fascismo e nazismo era ora «profonda e inequivocabile». Secondo l’ambasciatore tedesco, il regime fascista mostrava ogni segno di star passando nel campo della conservazione, vale a dire nel campo dei difensori del trattato di Versailles.

 

  • Pag.110/111. …dopo aver firmato, nel gennaio del 1935, la sua alleanza con la Francia Mussolini parlò baldanzoso di distruggere la Germania se Hitler insisteva nella sua politica militaristica, e tra gli stati maggiori italiano e francese si svolsero conversazioni ai fini di una possibile guerra antinazista.

 

  •    Pag.120. …Fino a un momento prima il Giappone aveva costituito per lui una delle più gravi minacce alla civiltà e alla razza bianca. E il mutamento fu talmente improvviso, che un carico di autoblindo in viaggio per la Cina, destinate ad essere usate contro il Giappone, finì invece, in seguito ad un ordine da Roma, affondato nel mar Cinese Meridionale.

 

  • Pag.176. … Dal canto suo Mussolini, forse perché conosceva Hitler soprattutto attraverso la messinscena dei suoi monologhi, si giudicava, tra i due, il più intelligente, nonché quello che comandava il giuoco. Non gli venne forse mai in mente la possibilità che Hitler lo adulasse a bella posta, per coglierlo con la guardia abbassata. Più tardi il duce dichiarò di ammirare Churchill, e persino Stalin, più di quanto ammirasse Hitler, e usava dire che il Fuhrer era troppo schematico per un vero uomo di Stato, e troppo ansioso di ridurre i problemi complessi a qualcosa di semplice. Gli sarebbe pertanto piaciuto che la politica dell’Asse fosse governata da Roma (o perlomeno così disse retrospettivamente). Secondo Grandi, il suo desiderio di denigrare Hitler divenne quasi una mania. Arrivò a dire di lui: «quell’uomo non ha intelligenza, i non ha dinamismo, non ha fiuto politico»; o altre volte lo liquidava come un pazzo pericoloso e «un orribile degenerato sessuale».

 

  • Pag.198. …Nello stesso anno 1936 una modesta quota del carbone importato venne dalla Russia, e furono aumentati gli acquisti dalla Francia e dal Belgio.

 

  • Pag. 238. …in privato (il Duce) continuò ad ostentare disprezzo per i tedeschi, dicendo che erano troppo amanti dei piaceri della vita, e non potevano dunque essere una nazione autenticamente guerriera.

 

  • Pag.242. …Farinacci, uno dei fascisti della vecchia guardia che ancora osavano dire la verità a Mussolini, gli scrisse privatamente che le condizioni dell’esercito erano catastrofiche, e che la volontà di battersi era semplicemente inesistente. <<l’armata del Po è armata di giocattoli; è priva di serio addestramento. Le manovre dell’agosto sono state un pessimo giuoco da ragazzi>>.

 

  • Pag.243. .. Le quantità furono fissate con la precisa intenzione di andar oltre le possibilità tedesche, e Mussolini intervenne personalmente per accrescere alcune cifre del 50, e persino del 200 per cento, pur sapendo che una lista chiaramente gonfiata avrebbe dimostrato a Hitler l’irresponsabilità e la malafede dell’Italia. I tedeschi non s’erano aspettati una scappatoia così grossolana, e il Fuhrer si limitò a commentare che «gli italiani stanno comportandosi verso di noi esattamente come hanno fatto nel 1914». Egli non aveva menomamente dubitato - o almeno così disse - del sostegno attivo dell’Italia, e il comportamento mussoliniano gli consentì in seguito di dire che, se solo l’Italia avesse mantenuto saldamente la posizione, la Polonia avrebbe accettato l’ultimatum tedesco: in altre parole, la guerra mondiale era stata provocata dalle esitazioni italiane.

 

  • Pag.248. .. Da Francia e Inghilterra si riversavano ordini « copia ancora maggiore che dalla Germania, e alle proteste dei militari che quelle armi dovevano restare a disposizione dell’Italia, di rado fu prestato seriamente ascolto. Ai primi del 1940 si prevedeva di vendere 600 aeroplani alla Francia, 400 alla Jugoslavia e altrettanti all’Inghilterra. Queste consegne furono effettuate solo in piccola parte, ma negli anni successivi la vendita all’estero di aerei proseguì, malgrado le esigenze militari italiane. Quaranta apparecchi finirono in Finlandia, destinati ad esser impiegati contro i russi, i quali pure possedevano armi italiane. Il primo cannone anticarro mai prodotto in Italia andò all’estero, malgrado le obiezioni dell’esercito. Armi furono inviate in Sud America, Bulgaria, Romania, Portogallo, Brasile, Cina e Giappone. Nel 1940, l’anno dell’entrata in guerra dell’Italia, ventitré differenti paesi ricevettero materiale bellico italiano. Se il bisogno di valuta estera era tale da spingere a questi estremi, non è facile comprendere come l’Italia potesse pensare a far la guerra essa stessa.

 

  • Pag.249. .. Il 7 dicembre Balbo sollevò ancora una volta, in una riunione del Gran Consiglio, la possibilità di scendere in campo a fianco dell’Inghilterra e della Francia, e nessuno si levò ad obiettare. A Mussolini poteva capitare di dire che per l’Italia l'alleanza con la Germania era una questione d’onore, ma anche di ricordare che l’Italia era contemporaneamente legata da un patto con l’Inghilterra, e magari persino di affermare che il patto di non aggressione stipulato con la Russia nel settembre 1933 non era mai stato denunciato. Altro fattore di confusione, egli si adoperò ad incoraggiare i sentimenti antitedeschi in Giappone. Ancor peggio, quando per caso venne a sapere del piano tedesco per l’invasione del Belgio, ne informò i belgi, e i tedeschi lo riseppero da alcuni telegrammi intercettati, con le reazioni che si possono immaginare. Forse Mussolini non sapeva che il capo del controspionaggio italiano lavorava per i tedeschi.

 

  • Pag.268. .. I tedeschi, che nell’agosto 1939 avevano voluto l’Italia in guerra, nel giugno 1940 avevano nuovamente idea. A questo punto avevano vinto con le loro sole forze, e in ogni caso pensavano che, se si fossero trovati a dover appoggiare un attacco sul fronte alpino, la foro avanzata in Francia ne sarebbe stata indebolita. Si rendevano conto che gli italiani, oltre a voler combattere una guerra del tutto differente, rischiavano di intralciare eventuali tentativi tedeschi di concludere la pace con Francia e Inghilterra. L’esercito tedesco sembra dunque aver cercato di impedire la dichiarazione di guerra mussoliniana. Più tardi, Hitler giudicò l’intervento italiano come qualcosa che aveva aiutato gli inglesi più che i tedeschi, mentre restando neutrale Mussolini avrebbe continuato a fornire allo sforzo bellico della Germania una collaborazione di considerevole importanza. Secondo le sue stesse parole, «il nostro alleato italiano ci ha creato difficoltà dappertutto».

 

  • Pag.280. ..era giudizio unanime che la Palestina dovesse esser <<restituita>> all’Italia, poiché la Chiesa di Roma era stata tradizionalmente protettrice della Terrasanta, e Vittorio Emanuele vantava una serie di diritti ancestrali sul trono di Cipro e Gerusalemme.