Quando si parla di Alcide Degasperi lo si fa ricordando le doti e virtù che hanno caratterizzato quest'uomo. Non è certa mia intenzione trarre giudizi sullo “Statista di Sardagna”, ma per onor di cronaca mi preme ricordare anche aspetti che inspiegabilmente giornalisti, storici e uomini di “cultura” omettono.

 

  • Alcide Degasperi in alcuni articoli pubblicati in gioventù sul quotidiano "Trentino" mostra vicinanza alle posizioni di Karl Lueger (il borgomastro di Vienna, cristiano-sociale e antigiudeo). Ad esempio, si legge: «Noi non siamo contro gli ebrei perché d'altra religione e d'altra razza ma dobbiamo opporci ch'essi coi loro denari mettano il giogo degli schiavi sui cristiani» (1906). Trent'anni dopo, nella rubrica sull' "Illustrazione Vaticana", mancano invece parole di condanna contro l'esproprio dei beni degli ebrei austriaci. Anche le teorie fasciste in materia di razza sono discusse, ma accolte con favore. Nello scritto 1 (uno), Degasperi registra il miglioramento delle condizioni economiche dell'Austria in seguito all'esproprio dei beni degli ebrei. Nel testo si dice che «La liquidazione delle fortune ebraiche allarga le prospettive degli affari per gli altri e i posti di avvocati e di medici rimasti vacanti aprono uno sfogo alle carriere». La rubrica è del luglio 1938. Nello scritto 2(secondo) (agosto 1938), che precede di poco l'emanazione delle leggi razziali, Degasperi prova a sganciare le teorie fasciste dal nazismo. E propone di rifarsi all'elemento universalista del fascismo che «può nutrirsi delle vive tradizioni della Roma cristiana». Degasperi auspica che «il razzismo italiano si attui in provvedimenti concreti di difesa e di valorizzazione della nazione». Nello scritto 3(terzo) datato marzo 1938, Degasperi ripercorre la parabola culturale e politica del partito cristiano-sociale austriaco, guidato da Karl Lueger. Degasperi ne coglie gli aspetti positivi, minimizzandone l'antisemitismo (era "solo" una «politica necessaria di difesa economica»). Il quarto documento, datato maggio 1938, commenta le misure del governo ungherese per arginare l'antisemitismo. Tuttavia, Degasperi fa notare come gli ebrei siano preponderanti nei ruoli chiave dell'economia. Comprensibile quindi gli Ebrei «possono esercitare una professione solo fino a una data percentuale».

Alcide Degasperi accusa il socialismo d’essere una creazione giudaica, tutti sanno che Mussolini è stato un fervente socialista! Degasperi accusa i socialisti di essere <<il partito internazionale al servizio dell’Alliance Israelite>>. Nel giugno del 1906, a Merano, in contraddittorio con un socialista italiano, Degasperi affermerà che <<il socialismo austriaco che i Austria s’è trovato di fronte al movimento economico dell’antisemitismo, divenendo nella sua direzione lo stato maggiore dell’ebraismo, ha pregiudicato anche le organizzazioni professionali>> - (il contraddittorio Degasperi – Todeschini a Merano, in <<il Trentino>>, 18 giugno 1906). A questo punto Degasperi lesse una lunga serie di capi ebrei, occupati nelle Gewerkschften (sindacati) suscitando l’ilarità dei presenti. <<quando in Austria – prosegue Degasperi- incominciò la riscossa contro il capitalismo monopolizzato dagli ebrei, fu dannoso alla causa degli operai vedere gli ebrei impadronirsi della rappresentanza dei loro interessi>>. Non solo. <<I capi socialisti asserviscono le organizzazioni alla Massoneria e ai moti antireligiosi…La massoneria stessa austriaca che con l’ebraismo è tutt’uno dichiara di esserne impadronita e d’essersi impadronita anche del partito socialista>> - (Degasperi, Al lavoro! <<Il Trentino>>, 14 giugno 1907).

Ironia della sorte, Degasperi , ormai protagonista della vita politica culturale trentina, nel marzo del 1909 a Maia Bassa, presso Merano, si scontrò in un dibattito con il SOCIALISTA Benito Mussolini che da febbraio era segretario della Camera del Lavoro di Trento.

Sul tema degli ebrei la voce di Degasperi sembrò, forse, riaffiorare nel novembre del 1945 dopo la caduta del governo Parri. Nel corso di una conversazione con Degasperi per la formazione di un nuovo governo Pietro Nenni, accennando all’avversione dei liberali e di parte dei democristiani nei confronti del Partito d’Azione, annota nel suo diario che <<Degasperi ha parlato dello spirito semitico dei Professori del Partito d’Azione>> - (P.Nenni, Tempo di Guerra Fredda. Diari 1943-56, Milano, SugarCo 1981,p.155.).

( Per maggiori approfondimenti leggere libro: L'antisemitismo di Alcide De Gasperi. Tra Austria e Italia di Augusto Sartorelli).

L'ultimo estratto, datato maggio 1938, riporta un comunicato degli ebrei ortodossi che si vogliono distinguere dagli «ebrei inseriti nel comunismo». E qui si coglie una nota diversa: «Questa tendenza degli ebrei ortodossi di separare la propria responsabilità da quella degli ebrei inseriti nel comunismo è caratteristica per il momento che attraversiamo». Suona come un duro giudizio sul presente che costringe gli ebrei a lotte intestine per scampare alla persecuzione. È evidente che questo cambiamento di vedute non si può addurre ad un ripensamento ideologico, ma certamente di opportunità. I suoi giudizi severi contro gli ebrei mutano favorevolmente. 

 

  • Ada Sereni, ebrea romana, nata Ascarelli, era il capo italiano del Mossad per le operazioni di espatrio verso la Palestina. Lei stessa nel suo libro I clandestini del mare (Milano, Mursia, 1973), racconta dell’incontro che ebbe con Alcide Degasperi per ottenere una tacita copertura da parte del governo e dei servizi segreti italiani sulle attività che il Mossad avrebbe dovuto svolgere in Italia per farvi giungere e poi espatriare verso la Terra Santa i propri connazionali dell’Europa del nord. La Sereni chiese a Degasperi di «chiudere un occhio, e possibilmente due sulle nostre attività in Italia». Eric Salerno commenta: «Gli italiani si accorsero sin dall’inizio dell’immigrazione clandestina e dei campi provvisori dove venivano ospitati gli ebrei arrivati dal resto dell’Europa, ma non soltanto chiusero un occhio, aiutarono quando e come poterono. Aiutarono anche nella fase successiva, quando il Mossad, parallelamente all’immigrazione clandestina, si impegnò nell’addestramento militare dei rifugiati, nell’acquisizione d’armi e nel loro trasporto in Palestina, nella lotta per impedire agli Arabi di armarsi anche quando questo significava il sabotaggio di industrie e impianti italiani e di loro prodotti. […] A parte i rapporti ambigui, costruiti ad arte, per non precludere i potenzialmente ricchi mercati arabi […], l’Italia non sarebbe stata ostile nemmeno a Israele».

 

  • Alcide Degasperi con una lettera indirizzata al colonnello americano A.D. Bonham Carter, ad esortare i bombardamenti della periferia di Roma, l'acquedotto e di altri obiettivi strategici. La decisione fu giustificata da Degasperi con queste parole: "Ci è purtroppo doloroso, ma necessario insistere nuovamente, affinché la popolazione romana si decida ad insorgere al nostro fianco, che non devono essere risparmiate azioni di bombardamento nella zona periferica della città nonché sugli obiettivi militari segnalati. Questa azione, che a cuore stretto invochiamo, è la sola che potrà infrangere l'ultima resistenza morale del popolo romano, se particolarmente verrà preso, quale obiettivo, l'acquedotto, punto nevralgico vitale. Ci urge inoltre, e nel più breve tempo possibile il già sollecitato rifornimento essendo giunti allo stremo".   Alcide scriveva queste cose consapevole che Roma era stata dichiarata "città aperta".  L'istituto della "Città Aperta" non è regolato dal Diritto Internazionale: significa semplicemente che la città non dispone di mezzi difensivi o offensivi e quindi è esente sia dai bombardamenti aerei che da attacchi terrestri. Dopo il 13 agosto 1943 Roma subì ben 51 bombardamenti fino al 4 giugno 1944 quando la V° armata del generale Mark Clark entrò a Roma. Questo documento venne pubblicato dallo scrittore Giovanni Guareschi sulla rivista settimanale "Ta - pum del cecchino" e le conseguenze non tardarono a materializzarsi, perché non ci fu solo una levata di scudi in favore di Degasperi che era capo del governo ma il povero Guareschi venne querelato e condannato per diffamazione, processato scontò 409 giorni di carcere e sei mesi di libertà vigilata. (per maggiori informazioni leggere: Dalle carte segrete del Duce di Peter Tompkins).

 

  • Degasperi e  Chiesa Cattolica. In prossimità delle elezioni comunali di Roma dell'anno 1952. In tale occasione, al fine di scongiurare la vittoria dei comunisti, papa Pio XII invitò la Democrazia Cristiana di “Degasperi” a   formare una coalizione di centrodestra con monarchici e i neofascisti del Movimento sociale italiano, ma egli rifiutò di obbedire alla richiesta preoccupata che gli giungeva dal Vaticano. Il padre gesuita Giovanni Sale ha pubblicato un saggio (“Dalla monarchia alla repubblica”, Jaca Book, Milano, 2003) in cui si trova una perfetta descrizione delle oscillazioni degasperiane tra la fedeltà alla dottrina sociale della Chiesa e il timido ossequio alle contrarie opinioni dei progressisti. Correva l’anno “costituente” 1946, quando un insigne filosofo del diritto, Guido Gonella, presentò al congresso democristiano un eccellente schema di costituzione, affermando coraggiosamente: “noi non vogliamo una costituzione di partito…ma la costituzione del popolo italiano. Ma il popolo italiano è un popolo cristiano, e quindi nel nostro Paese i principi generali della politica e del diritto pubblico devono essere conformi all’etica cristiana”. Degasperi bocciò la proposta Gonella con un tortuoso e ipocrita ragionamento: “il discorso di Gonella è stata una magnifica esposizione della costituzione. Se dovessi fare un appunto, sarebbe proprio questo: egli è stato troppo teologo. Questo, assolutamente parlando, non è un difetto, ma sul terreno tattico della lotta con gli avversari può dar luogo a contraccolpi inaspettati”. La fedeltà alla dottrina sociale può dar luogo a contraccolpi pericolosi; conviene dunque seguire i consigli della prudenza democristiana e abdicare ai principi.

 

  • Alcide Degasperi e il fascismo. Degasperi si espresse positivamente anche sul fascismo, così giustificandolo (Il Nuovo Trentino del 7 aprile 1921): <Il fascismo fu sugli inizi un impeto di reazione all’internazionalismo comunista che negava la libertà della Nazione (…). Noi non condividiamo il parere di coloro i quali intendono condannare ogni azione fascista sotto la generica condanna della violenza. Ci sono delle situazioni in cui la violenza, anche se assume l’apparenza di aggressione, è in realtà una violenza difensiva, cioè, legittima>. 

 

Ridotta la «marcia su Roma» a una modesta sfilata per le vie della capitale, con seguito di tafferugli dipendenti dal vino più che da ideologie, il governo Mussolini si presentò alle Camere. I dibattiti sono pubblicati negliAtti parlamentari e largamente riprodotti nei giornali

dell’epoca. Fu Alcide Degasperi a spiegare a Montecitorio perché i popolari votavano a favore di Mussolini. Del resto, facevano parte del suo governo. Don Sturzo aveva vietato l’alleanza dei cattolici con Giolitti, che lo ricambiò marchiandolo quale «prete intrigante». Il 16 novembre Mussolini ottenne alla Camera 306 voti a favore (cattolici, liberali, democratici di varia osservanza, nazionalfascisti e simili) contro 116 e 7 astenuti. Al Senato ebbe 186 sì e 19 no.

Tanti futuri antifascisti, che nel 1921 si fecero eleggere deputati coi voti di dannunziani, nazionalisti e fascisti. Nitti, Giolitti, Bonomi, Orlando, Salandra, Degasperi, Turati, Eugenio Chiesa e il lungo elenco di “politici” che poi scaricarono la colpa su Mussolini. Il 31ottobre 1922 i deputati fascisti erano 35 su 535. Un’inezia. Forse proprio quella debolezza numerica incoraggiò i più sperimentati notabili moderati a concedere fiducia al nuovo governo: ci voleva nulla a farlo cadere. In effetti «cadde» molte volte.

Al Senato i patres dichiaratamente fascisti a fine ottobre 1922 erano due. Nessuna manganellata costrinse 184 senatori ad aggiungere il loro libero voto a quei due per varare il nuovo governo. Dopo sei governi in tre anni i senatori interpretavano il diffuso bisogno di quiete, raccoglimento, valorizzazione della vittoria militare del 4 novembre 1918, costata cara al Paese.

 

Dall’enfasi posta dal Gran consiglio sul nodo della legge elettorale i popolari dedussero che Mussolini faceva sul serio e mirava proprio all’eliminazione della proporzionale, che era la garanzia del loro peso parlamentare. Avevano visto giusto. Il 9 giugno venne presentato alla Camera il disegno di legge messo a punto dal sottosegretario all’Interno Giacomo Acerbo, dal quale prese nome. Un’apposita commissione di diciotto membri, comprendente i rappresentanti di tutti i gruppi parlamentari, popolari inclusi, lo discusse a lungo e animatamente. Lo approvò per dieci voti contro otto, col sostegno determinante del democristiano Degasperi di Giolitti, secondo il quale meglio sarebbe stato tornare ai collegi uninominali, a turno unico (come accadeva e accade in Gran Bretagna), cioè senza ballottaggio: proprio per bloccare sul nascere pastette: e alleanze meramente elettorali. Il 21 luglio la Camera approvò la riforma, con 223 sì e 123 no (socialisti, comunisti, repubblicani). Dopo lungo dibattito interno, gli esponenti del Partito popolare decisero di astenersi. Erano 107. Se si fossero aggiunti ai no, il governo Mussolini sarebbe stato spacciato: niente legge Acerbo, niente listone, niente di quel che seguì. Ma questo doveva essere dimenticato. Va ricordato che quella Camera i deputati fascisti erano poco più di 35. Al Senato la legge Acerbo passò il 13 novembre 1923 con 165 voti favorevoli e 41 contrari. Il 28 ottobre 1922 i senatori fascisti erano 2. (Monarchia o Repubblica? Quel 2 giugno ’46 – volume primo di Aldo Mola; La Massoneria nel Parlamento di Luca Irwin Fragale).

 

Sul n.16 <<Illustrazione Vaticana>> del 16-31 agosto del 1938 Degasperi rivelò che le tesi del Manifesto della Razza <<si distinguevano nettamente dalle dottrine più conosciute dei razzisti tedeschi>> e ricordava, cercando di interpretare gli intendi del regime riguardo agli ebrei italiani, che <<discriminare non significa perseguitare>> e che <<il governo fascista non ha nessun piano persecutorio contro gli ebrei>>, ma penserebbe soltanto a una specie di <<numerus clausus>> - le frasi erano riprese dal INFORMAZIONE DIPLOMATICA n.18, anonima ma scritta da Mussolini, resa nota il 5 agosto 1938 e pubblicata il 6 agosto 1938 da <<il Popolo d’Italia>>. Degasperi concludeva augurandosi che <<il razzismo italiano si attui in provvedimenti concreti di difesa e di valorizzazione della nazione, e che nella propaganda e nella formazione della gioventù, si eviti di cadere nel determinismo vitalista, passerella filosofica che riconduce al materialismo; ed è da credere che l’elemento universalista contenuto nel fascismo può nutrirsi delle vive tradizioni della Roma cristiana che gli offrono il modo di conciliare, e il caso di dire “Romanamente”, la fierezza del popolo con la sua gentile umanità>>.

 

  • Degasperi attentato via Rasella Roma. Ed ecco come si è arrivati alla "santificazione" dell’attentato di Via Rasella quale "azione di guerra", evitando così ogni accertamento dei fatti.

Il 13 marzo del '50 alcuni dei gappisti furono premiati, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei e Mario Fiorentini con la medaglia d'argento al valor militare, medaglia d'oro per Carla Capponi. Le proposte per i riconoscimenti non erano state avanzate dal ministero della Difesa. Si era trattato di una proposta "politica", presentata e avallata con un proprio decreto dall'allora presidente democristiano del Consiglio dei ministri, Alcide Degasperi, lo stesso che poco dopo l'attentato si era incontrato con Giorgio Amendola, mostrando - secondo la ricostruzione dell'esponente comunista - un "ammirato stupore”.

Nello stesso periodo alcuni parenti delle vittime delle Ardeatine volevano giustizia. Gli avvocati che li difendevano fecero in modo di dirottare al tribunale civile la questione, citando in giudizio gli attentatori, Rosario Bentivegna, Franco Calamandrei, Carlo Salinari e Carla Capponi, oltre ai membri della giunta militare del Cln: Riccardo Bauer, Sandro Pertini, Giorgio Amendola. Ma i giudici - appunto civili - del tribunale di Roma con la sentenza del 26 maggio '50, un mese e mezzo dopo che Degasperi aveva decorato i gappisti, stabilirono che si era trattato di un "atto legittimo di guerra", e quindi "né gli esecutori né gli organizzatori possono rispondere civilmente dell'eccidio disposto a titolo di rappresaglia dal comando germanico”. La Corte di appello civile di Roma, il 5 maggio '54, ha specificato il significato politico della sentenza: "I competenti organi dello Stato [nda, quali?) non hanno ravvisato alcun carattere illecito nell'attentato di via Rasella, ma anzi hanno ritenuto gli autori degni del pubblico riconoscimento, che trae seco la concessione di decorazioni al valore... Non vi sono quindi rei da una parte, ma combattenti". Le medaglie assegnate in tutta fretta da Degasperi avevano funzionato. Le Sezioni unite della Cassazione l'11 maggio '57 hanno confermato il verdetto, in modo definitivo. È, più o meno, si perdoni l'accostamento, come se i crimini di guerra dei nazisti, anziché dal tribunale di Norimberga, fossero stati valutati in sede civile per l'eventuale pagamento dei danni alle vittime. (Via Rasella 70 anni di menzogne di Pierangelo Maurizio).

 

 

  • Degasperi e gli infoibati.  Italiani residenti al di là dell’Adriatico e l’esilio di 310.000 istriani, fiumani e dalmati. Il governo americano avrebbe voluto un referendum plebiscitario per la cessione di Fiume, Istria e Dalmazia alla Iugoslavia. Degasperi si oppose perché, se avesse concesso il plebiscito agli italiani di Pola, Zara e Ragusa, avrebbe dovuto concederlo anche all’Alto Adige. Il risultato dei plebisciti avrebbe certamente sentenziato che le terre di Istria, Fiume e Dalmazia sarebbero dovute rimanere con l’Italia, mentre l’Alto Adige sarebbe potuto passare all’Austria, con la conseguenza che non si sarebbe potuto giustificare l’autonomia speciale di cui gode oggi il Trentino (“L’esodo dei 350 000 Giuliani Fiumani e Dalmati” ediz. DIFESA ADRIATICA di Padre Flaminio Rocchi).

 

 

  • Degasperi marocchinate in Ciociaria. “Dopo le prime riunioni in Ciociaria tenute con poche vittime e le segnalazioni che le arrivavano, Maria Maddalena Rossi era convinta fosse venuto il momento di aprire un brente pubblico e ufficiale per il riconoscimento dei risarcimenti alle migliaia di donne violentate dai militari coloniali francesi nel maggio di otto anni prima.

La seduta parlamentare sulle violenze in provincia di Frosinone fu inserita tra mille imbarazzi all’ordine del giorno. Ci vollero sollecitazioni, insistenze, per poterne discutere. Alla fine, si arrivò alla seduta notturna del 7 aprile 1952 alle 21. A dirigere i lavori c’era il vicepresidente socialista Ferdinando Targetti. L’interpellanza portava una lunga intestazione che occupava ben venti righe del verbale parlamentare. In sostanza, si chiedeva ragione del ritardo a soddisfare le 60.000 pratiche di pensione e indennizzo presentate dalle donne «che subirono violenza dalle truppe marocchine della V armata» e si sollecitava- no notizie sulle intenzioni del governo a favore della popolazione della Ciociaria.

Nessuno dei parlamentari che appoggiavano il governo Degasperi mise la sua firma su quel documento. A presentare l’interpellanza con Maria Maddalena Rossi, c’erano invece i comunisti Aldo Natoli e Gina Borelli, l’ex partigiana che aveva chiamato «assassino» Degasperi; i socialdemocratici Ezio Vigorelli e Italo Cornia, oltre al socialista Nicola Pernotti. Sei parlamentari, tutti dell’opposizione. (Controstoria della liberazione di Gigi Di Fiore).

 

  • Degasperi Trattato di Parigi, Benedetto Croce. Il 10 febbraio il governo intervenne alla firma della pace «cartaginese» che le venne imposta. A rappresentare l'Italia furono l'ambasciatore Antonio Meli Lupi di Soragna Tarasconi (che firmo con la propria penna e impresse sulla ceralacca il sigillo dell'anello di famiglia, anche perché lo Stato ancora non ne aveva uno), accompagnato da Giuseppe Telesio, consigliere di legazione e capo dell’Ufficio trattati del ministero degli Affari esteri. Sino a quel momento Degasperi era riuscito a evitare che il trattato fosse discusso alla Costituente, come da tempo chiedeva Tullio Benedetti, presidente dell’Unione monarchica italiana. Bisognava esanimarlo prima di sottoscriverlo, giacché la firma equivaleva all’accettazione: impegnava lo Stato, non solo il governo. Asciugato l’inchiostro, ogni parola sarebbe stata vana, retorica. Alla severa critica di parte monarchica il presidente replicò che la firma indicava la buona fede dell’Italia e costituiva anzi presupposto per la revisione delle sue clausole più punitive. Ma sarebbe mai stata possibile una reformatio in melius di un trattato lungamente elaborato imposto all'Italia ventun mesi dopo la cessazione dell' ostilità? Era pretestuoso attenderselo. Il primo a non crederci era il governo di Roma, che l’11 febbraio 1947 indirizzò agli Stati co-firmatari una accorata protesta:

Il popolo italiano ha la coscienza di aver agito coatto dì fronte al regime che lo trascinò poi nella guerra e che tanti all'estero sostennero con le loro lodi [CdA]« Il popolo italiano non poté mostrare al mondo il suo vero carattere che riuscendo a liberarsi per il primo da un regime di oppressione e fornendo poi agli alleati - durante la guerra di liberazione - dei vantaggi diretti e indiretti cui non è stata resa sufficiente giustizia.

Lamentò, inoltre, che il trattato peggiorava «quell'atmosfera di soffocazione demografica che pesava praticamente sul popolo italiano e che è in gran parte all'origine di tanti mali per noi e per gli altri». Contava pertanto su «una revisione radicale di quanto può paralizzare o avvelenare la vita di una Nazione di quarantacinque milioni di esseri umani congestionati su un suolo che non li può nutrire»: argomenti riecheggianti pari pari quelli utilizzati da Mussolini per giustificare prima il revisionismo contro i trattati di pace del 1919-1920, poi l'espansionismo e la stessa fatta dichiarazione di guerra del 10 giugno 1940 per avere “veramente” la libertà al dì fuori del Mediterraneo.

Alla Costituente il dibattito sul trattato durò dal 24 al 31 luglio 1947, con il solo intervallo del 27 (domenica). Intervennero molti fra ipiù autorevoli: il ministro degli Esteri Carlo Sforza, Luigi Gasparotto, Giuseppe Canepa, Velio Spano, Mario Cevolotto, Leo Valiani, Epicarmo Corbino, Arturo Labriola, Palmiro Togliatti, Luigi Einaudi, Randolfo Pacciardi, Pietro Nenni, Giuseppe Saragat, Stefano Jacini, Guglielmo Giannini. I monarchici si rappresentarono attraverso Luigi Filippo Benedettini, Enzo Selvaggi, Vittorio Emanuele Orlando e Vittorio Badini Confalonieri.

Contro l’approvazione del trattato si schierarono in primo tempo Meuccio Ruini, interprete del dolore e della protesta dell’Italia, e Mario Cevolotto (secondo il quale esso era non solo iniquo, ma in contrasto con i principi della Carta atlantica). Leo Valiani rimproverò al governo, che rappresentava «un solo colore», di farsi carico di un trattato punitivo nei confronti del Paese. Nitti (forse memore dell’epiteto riservatogli da d’Annunzio: “Cagoia”) si acconciò a votare a favore ma «con estremo dolore». La ratifica era necessaria per voltar pagina e ricostruire, ma il trattato rimaneva una mortificazione, un'iniqua punizione. Vittorio Emanuele Orlando propose il rinvio della discussione e del voto. I vincitori avevano fatto aspettare anni; ora attendessero. Nitti e Ruini finirono per presentare congiuntamente un ordine del giorno, fatto proprio dall’esecutivo perché esprimeva il dolore e la protesta dell’Italia per una pace diversa da quella che aveva meritato, ma invitava ad autorizzare il governo a ratificare.

All'inizio del dibattito si levò alta la voce di Benedetto Croce, che andò oltre lo strumento in discussione, ma venne riecheggiata dal solo Leo Valiani. «il documento che ci viene presentato» affermò il filosofo

Non è solo la notificazione di quanto il vincitore, nella sua discrezione o indiscrezione, chiede e pretende da noi, ma un giudizio morale e giuridico sull’Italia e la pronunzia di un castigo che essa deve espiare per redimersi e innalzarsi o tornare quella sfera superiore in cui, a quanto sembra, si trovano con i vincitori gli altri popoli, anche quelli del continente nero. E quindi mi duole rammentare cosa troppo ovvia, cioè che la guerra e una legge eterna nel mondo, che si attua di qua e di là da ogni ordinamento giuridico, e che in essa la ragion giuridica si tira indietro lasciando libero il campo ai combattenti, dall'una e dall'altra parte intesi unicamente alla vittoria, dall'una e dall'altra parte biasimati o considerati traditori se si astengono da cosa alcuna che sia comandata come necessaria o conducente alla vittoria. Chi sottopone questa materia a criteri giuridici, o non sa quel che si dica o lo sa troppo bene, e cela l’utile, ancorché egoistico, del proprio popolo o Stato sono la maschera del giudice imparziale. Segno inquietante di turbamento spirituale sono ai nostri giorni (bisogna pure avere e il coraggio di confessarla) i tribunali senza alcun fondamento di legge, che il vincitore ha istituiti per giudicare, condannare e impiccare, sotto nomi di criminali di guerra, uomini politici e generali dei popoli vinti. Parimenti si è preso oggi il vezzo, che sarebbe disumano se non avesse del tristemente ironico, di tentar di calpestare i popoli che hanno perduto una guerra, con l’entrare nelle loro coscienze e col sentenziare sulle loro colpe e pretendere che le riconoscano e promettano di emendarsi: che è tale pretesa che neppur Dio, il quale permette nei suoi ascosi consigli le guerre, rivendicherebbe a sé perché egli non scruta le azioni dei popoli nell'ufficio che il destino o l’intreccio storico di volta in volta a loro assegna, ma unicamente i cuori e i reni, che non hanno segreti per lui, dei singoli individui. Un’infrazione della morale qui indubbiamente accade, ma non da parte dei vinti, sì piuttosto dei vincitori, non dei giudicati, ma degli illegittimi giudici.

 

Croce rimproverò i vincitori di aver ridotto l’esercito italiano a mera forza di polizia interna, di essersi spartiti la flotta che aveva combattuto per loro, di aver reso indifendibili le frontiere, strappato alla patria popolazioni e pezzi di terra «da secoli a lei congiunti e carichi di ricordi della sua storia» e di subordinare alla ratifica del trattato l’ingresso «negli areopaghi interazionali da cui siamo esclusi e nei quali saremmo accolti a festa, se anche come scolaretti pentiti». Occorreva dunque un atto di dignità: un esplicito «no» alla firma del trattato.

La mattina del 31 luglio si votò. I socialisti abbandonarono l’aula per protesta, i comunisti si astennero; a favore si schierarono democristiani, repubblicani e socialdemocratici. Su 410 presenti, votarono in 330. 1 favorevoli furono 262; 68 i contrari. In quella seduta e per quel voto la maggioranza era fissata in 166: venne largamente superata. Il governo non potè però andarne molto fiero. A ben vedere, infatti, l’autorizzazione a ratificare il trattato di pace fu approvata solo da un magro 47 per cento dei 556 costituenti. Sì ripeté il caso del 2-3 giugno 1946. Una decisione storica passò «a minoranza» anziché con una maggioranza vera. Quale consenso avrebbe ottenuto il trattato se fosse stato sottoposto a referendum popolare? E quale for

ma di Stato avrebbero scelto gli italiani se il 2-3 giugno fossero state note le clausole duramente punitive del diktat incombente a Parigi?

 

  • Degasperi e il Bilderberg. II Giorno, 24 aprile 1987. De Gasperi fu tra i 67 partecipanti alla prima Conferenza Bilderberg di Arnehm il 29-31 maggio 1954, affiancato dall’ambasciatore italiano a Londra Pietro Quaroni. Erano altresì presenti, oltre a Retinger e il Principe Bernardo d’Olanda, David Rockefeller, George Ball, alla guida della Lehman Brothers e Dean Rusk, presidente della Fondazione Rockefeller. (Massoneria e Sette Segrete di Epiphanius)

 

  • Degasperi Piano Coudenhove-Kalergi. Alcide Degasperi fu un sostenitore del progetto di unificazione europea promosso da Richard Nikolaus di Coudenhove-Kalergi, che nel 1923 pubblicò il manifesto "Paneuropa", fondando l'Unione Paneuropea per promuovere una confederazione europea basata su cooperazione, unione doganale e infine una fase federale. Il progetto di Kalergi, che prevedeva gli "Stati Uniti d'Europa", influenzò Degasperi nel suo impegno per un'Europa unita e pacifica, un ideale che lo portò anche a collaborare con altre figure chiave del movimento come il padre del Premio Carlo Magno e a ricevere lui stesso questo riconoscimento nel 1950, come riporta Osservatorio Globalizzazione

 

Kalergi e Degasperi: l'impegno di Degasperi per l'integrazione europea fu profondamente influenzato dal lavoro di Coudenhove-Kalergi, in particolare dalla sua visione di un'Europa unita e pacifica. 

"Paneuropa" e i suoi principi: il manifesto "Paneuropa" e il Movimento Pan-Europa, fondato da Kalergi, erano pensati per promuovere un'unione federale tra gli stati europei, basata su tre fasi: cooperazione intergovernativa, unione doganale e, infine, la realizzazione degli Stati Uniti d'Europa. 

Il Premio Carlo Magno: sia Degasperi che Kalergi furono insigniti del Premio Carlo Magno, un riconoscimento per chi si impegnava in favore dell'unificazione e della pace in Europa. 

 

  • Degasperi e omosessualità, superato solo dal governo Moro. Scrive Dario Petrosino su “Storia e Futuro” sulla base di documentazione conservata all’Archivio Centrale dello Stato: “Nelle relazioni al capo della polizia conservate presso l’Archivio Centrale dello Stato (ministero dell’interno, dipartimento generale della pubblica sicurezza), emerge con chiarezza la consistenza del fenomeno: la raccolta dei dati ha inizio nel novembre 1952 e già in quell’anno in soli due mesi  vengono eseguiti 518 provvedimenti di polizia che salgono a 1117 nel 1953 e 1407 nel 1954. Da 1955 inizia un calo che vede scendere il numero dei provvedimenti a 671 e poco sopra i 600 negli anni successivi. Poi la curva ricomincia a salire e a metà degli anni ’60 gli omosessuali finiti sotto la lente della pubblica sicurezza sono ancora di più: 1474 nel 1964, ben 3062 nel 1965. Possiamo affermare con rapido calcolo che tra il 1952 e il 1965 furono compiuti in Italia dalla polizia più di 11 mila provvedimenti tra fermi, ammonizioni, diffide, arresti e invii al confino nei confronti degli omosessuali.
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citazione di una memoria autobiografia di Ettore Bernabei pubblicata nel 1998. Lo statista trentino sottoscrisse uno scellerato accordo con Raffaele Mattioli, accordo che assegnava il potere politico alla DC, il potere culturale e quello finanziario alla massoneria, nemica giurata della Chiesa Cattolica.

 

Emilio Giuliana