Pag. 36 ….nell’Italia postunitaria Antonino Anile, primo cattolico a diventare ministro della Pubblica istruzione; governo Facta febbraio 1922
Pag. 53 …massone e valdese, nel pieno Novecento Carlo Gentile fu promotore dell’AIDO (associazione italiana donatori organi), della Società per la cremazione
Pag. 59 …l’educazione delle donne non può dunque essere asservita al clero; benvenuta, dunque, la legge 15 luglio 1912 che ha istituito il primo convitto femminile nazionale laico.
Pag.73…Mussolini trasformò la dichiarazione d’incompatibilità in richiesta di espulsione degli eventuali socialisti affiliati, innescando non un soltanto un diffuso scetticismo, ma pure la contrarietà di Matteotti, al quale la proposta avanzata pareva sleale e avrebbe preferito una soluzione compromissoria.
Pag. 101 …tra i massoni sansepolcristi che il 23 marzo 1919 vennero ospitati dal fratello Cesare Goldmann andrebbero elencati quantomeno l’autore stesso, nonché Michele Bianchi, Roberto Farinacci, Luigi Lanfranconi, Luigi Razza, Giovanni Marinelli, Cesare Rossi, Umberto Pasella, Guido Podrecca, Ambrogio Binda, Decio Canzio Garibaldi, Pietro Bottini, Eucardio Momigliano, Camillo Bianchi, Federico Cerasoli, Francesco Ardisson, Livio Porcelli, Vittor Ezio Marzocchini, Achille Valenti; ..Massimo Rocca, l’acuto testimone, dal canto suo sottolineò che “la riunione di piazza San Sepolcro acquistò un valore storico soltanto dopo il 1926. Si ricercò allora un quaderno in cui erano stati scritti i nomi dei presenti, ma non lo si trovò pi; la lista dei nomi venne perciò ricostruita in base a ricordi e testimonianze. In tal modo alcuni intervenuti specie quelli che non avevano approvato il programma mussoliniano d’allora, furono dimenticati; altri, invece, vennero inclusi nella lista sebbene non avessero partecipato alla riunione.
Pag. 104 …Contemporaneamente, ancor meno moderato risultava l’indirizzo del Partito futurista, che proclamava come base del proprio programma politico un "anticlericalismo intransigentissimo e integrale (…) d'azione, violento e reciso per sgombrare l'Italia e Roma dal suo medioevo teocratico che potrà scegliere una terra adatta dove morire lentamente" e figurandosi l espulsione del papato per sgombrare il Paese "dalle chiese, dai preti, dai frati, dalle monache, dalle madonne, dai ceri e dalle campane”. Non a caso, fu dal programma futurista che sì trasferiranno in quello degli Arditi quelle rivendicazioni sufficientemente massoniche quali il divorzio e l'anticlericalismo: "si capisce perciò come un'arrabbiata rivista cattolica potesse definire gli arditi «guardie pretoriane dell'infame (…) connubio ebraico-massonico, tendente a gettare il paese in uno scompiglio non certo meno grave e pauroso dì quello che avevano preparato i figli di Lenin>> (nonché, per asserire origini ebraiche dell’attaccamento all’istituzione del divorzio, Rygier, la franc-maconnerie italianne devant la guerre et devant le fascisme, Paris, 1930, rist. Sala Bolognese, 1990, pp. 186 e ss.)
Pag. 105 …E Tamaro, nella sua monumentale Storia di Trieste del 1924, benché ridimensioni il sostegno finanziario che Palazzo Giustiniani faceva giungere alla Lega Nazionale attraverso la «Dante Alighieri» e Teodoro Mayer, afferma che il gruppo politico liberal-nazionale triestino — e proprio di quella Trieste del prolifico quindicennio joyciano -, in larga parte formato da massoni, aveva costituito una sorta di precorritore del fascismo» Ma se fu lo stesso D’Annunzio ad affermare che “senza l’appoggio incondizionato della massoneria, l’impresa di Ronchi non avrebbe potuto raggiungere il suo obbiettivo”, la sua asserita ma discutibile affiliazione alla L.XXX ottobre, all’Oriente di Fiume (all’Obbedienza della GLI), sarebbe servita probabilmente a “controbilanciare l’influenza decisiva di Palazzo Giustiniani sulla marcia di Ronchi”.
Pag.111 – 112 … Del resto, i punti deboli della Costituzione di Fiume erano ben noti a molti, se pure Nitti la definiva “ridicolissima e stupidissima (...), documento d’ignoranza e di fatuità, degna solo di una riunione di mattoidi”, e se altri, come Ruffini, si erano spinti al limite considerandola come “documento avveniristico e denso di suggestioni”. Vero è pure che Nitti mal sopportava l’intera faccenda fiumana anche a prescindere dalle ambizioni legislative di D’Annunzio, e ciò fu tramandato in particolare da alcune memorie di Turati, laddove è chiaramente detto che “il povero Nitti è furibondo per le cose indegne di Fiume. Stamani fui da lui, e mi rovesciò addosso tutta la sua bile... Fiume è diventato un postribolo, ricetto di malavita e di prostitute più o meno high life; mi parlò di una marchesa Incisa, che vi sta vestita da ardita, con tanto di pugnale”. il riferimento era in particolare all’entusiasmo - per D’Annunzio “ebbrezza di libertà” - delle ben 289 legionarie decorate con la medaglia di Fiume. Questo clima, ben descritto pure da Giovanni Comisso, fece tuttavia comodo allo stesso Pantaleoni (e a Torrigiani). Scrive il primo:
gli amori furono veramente senza limiti: la città fu veramente italianizzata nel sangue. Non si ebbero drammi di gelosia da parte di uomini, ma da parte di donne: le donne si disputavano l’italiano». La presenza di circa ottomila legionari e la relativa rilassatezza della disciplina militare forniscono peraltro notevole impulso all’amore mercenario. A differenza di quanto accade sul suolo nazionale, a Fiume è possibile divorziare e chi non sopporta più il giogo coniugale si reca nella città occupata. Ne approfitteranno, tra gli altri, lo scienziato Guglielmo Marconi, l’economista Maffeo Pantaleoni, il sociologo Vilfredo Pareto e il Gran Maestro della massoneria Domino Torrigiani. La libertà dei costumi, del resto, avrebbe consentito di vivere senza preoccupazioni moraliste pure i rapporti di natura omosessuale da parte di elementi dell’entourage del Comandante, come lo stesso Comisso, Henry Furst, Guido Keller, Leone Kochnitzky e Sandro Pozzi.
Certo è che l’esperienza fiumana andava oltre l’immaginazione del tempo, raccogliendo ad un tempo le avanguardie intellettuali e artistiche tutte intente nella celebrazione dionisiaca della vita, attraverso un anticonformismo provocatorio e forse anche precursore di alcuni movimenti giovanili del secondo dopoguerra, senza peraltro disdegnare istituti quali I ‘esproprio proletario o, meglio, la vera e propria pirateria, un largo uso di stupefacenti, il nudismo, l’amore di gruppo e una diffusa accondiscendenza alla pederastia.
È opportuno riportare qui un poetico passaggio di Kochnitzky:
Si crea così, a poco a poco, quest’atmosfera di perpetuo quatorze juillet che avvolge il nuovo venuto a Fiume. Cortei e fiaccolate, fanfare e canti, danze, razzi, fuochi di gioia, discorsi, eloquenza, eloquenza, eloquenza... Mai scorderò la festa di San Vito, patrono di Fiume, il 15 giugno 1920; la piazza illuminata, le bandiere, le grandi scritte, le barche coi lampioncini fioriti (anche il mare aveva la sua parte di festa) e le danze... Si danzava dappertutto: in piazza, ai crocevia, sul molo; di giorno, di notte, sempre si ballava, si cantava: né era la mollezza voluttuosa delle barcarole veneziane; piuttosto un baccanale sfrenato. Sul ritmo delle fanfare marziali si vedevano turbinare, in scapigliati allacciamenti, soldati, marinai, donne, cittadini, ritrovanti la triplice diversità delle coppie primitive che Aristofane vantò. Lo sguardo, dovunque si fosse fermato, vedeva una danza: di lampioni, di fiaccole, di stelle; affamata, rovinata, angosciata, forse alla vigilia di morire nell’incendio o sotto le granate, Fiume, squassando una torcia, danzava davanti al mare.
Pag. 116 …sufficiente notare che alcuni massoni (o alcune sedi fisiche della massoneria) stessero alla base della fondazione di alcuni fasci locali (San Lucido o Serravalle Scrivia, Varese, Verona, Trento, Trieste, Bologna o Torino) per intravedervi un disegno ufficiale da parte dell’intera massoneria nazionale.
Pag. 125 – 126 ; alcuni tra i finanziatori più noti del fascismo. …Ed è ancora Padulo, in una sua ottima ricerca, a illustrare involontariamente proprio l’entità percentuale di questi maggiori e diversi supporti finanziari, quando elenca tra gli oblatori in favore della causa fascista aristocratici, borghesi e aziende ben note (con relativi esborsi) quali - e qui ci limitiamo a pochissimi esempi - Voiello (500£), Cirio(5.000£), Citterio (4.000£), Peroni (9.000£), Cinzano (4.000£), Wiihrer (18.000£), Pedavena (500£ ma solo all’indomani della marcia), Piaggio (3.000£), FIAT (ben 50.000£), Isotta Fraschini (1.000£ dopo la marcia), Paravia (500£), Lips Vago (1.000£), Manetti & Roberts (1.000£), Società Rueping (4.000£) e ancora il comm. Luigi Bertarelli, fondatore del Touring Club (1.000£) nonché esponenti dell’aristocrazia fiorentina e marchigiana come i Ricasoli (2.000£), gli Strozzi (3.500£), i Ginori (5.000£), i Della Gherardesca (12.000£), i tre conti Gentiloni Silveri (per un totale di 5.000£), e i tre conti Goffredo, Rodolfo e Guido Tomassini (per un totale di 3.100£).
Pag. 257 … antifascista che rimpiange il fascismo. Guido Bergamo, pioniere della radiologia, pagò con la vita le conseguenze della sua professione. Mario, avvocato, al quale sarebbe spettata la Presidenza della Repubblica, rifiutò sempre di rientrare in patria e si spense, poverissimo, a Parigi: “nell’abbordellamento dell’Italia presente - scriveva nel secondo dopoguerra – l’aspersorio mi fa rimpiangere il manganello (...). Il Fascismo ha perduto la guerra; l’Antifascismo ha perduto la pace” E, ancora, rispondendo a De Gasperi: “«In Italia non vengo, ché non c’è posto per me» (...). C’era troppo per lui perché ci potessi stare anch’io”.
Pag. 459 – 460 – 461 – 462 …Aventino. …L’astensionismo militante, insomma non dava e non poteva dare risultati efficaci, e per di più era diviso internamente: Giolitti caldeggiò un rientro in aula, i fratelli aventiniani Mario Bergamo e Persico si mostravano dal canto loro insofferenti rispetto all’immobilismo della secessione101 ma l’intransigenza dell’opposizione si ostinò nel non partecipare e, in un certo senso, preparò anche il terreno alla successiva chiusura della Camera da parte di Mussolini. Scriverà, anni dopo, Mario Bergamo:
Aventino: esempio d’elisione. Ha tutto soverchiato o sciupato: dalla forza morale di Amendola alle proteste e proposte del sottoscritto (...). Onde fio che l’Aventino, per quello che valse, valse specialmente a risolvere, da un Iato, i suoi contrasti interni - come esso fosse un’istituzione avente fine a se stessa c valore per sé - c, dall’altro, a illudere o ad impedire o a deviare le possibili volontà del popolo italiano.
Già all’alba della questione aventiniana Turati scriveva alla Kuliscioff:
Il Comitato delle opposizioni è una vera Bisanzio. Impossibile metterlo d’accordo per qualsiasi affermazione positiva e uno sforzo enorme per non concludere nulla. Così la seconda riunione odierna è sciolta ora, dopo due o tre ore di accademismi meticolosi. I popolari sono i più renitenti.
Gli fa eco, un anno dopo, Amendola in una bozza di lettera che doveva essere indirizzata agli onorevoli Turati, De Gasperi, Di Cesarò, Facchinetti, Lussu e Nobili:
Tra noi vi sono dei traditori e o dei leggeri: in ogni caso (...) assolutamente inferiori a quelle esigenze di serietà che si impongono a chi deve fronteggiare le responsabilità che noi ci siamo assunti... in queste condizioni, mentre da ogni parte si manca alla disciplina, e si sente cianciare di «rompere il ghiaccio» o di riprendere «libertà di azione» io non mi sento più oltre di avere responsabilità direttive di fronte a quello che non è più un esercito, o un manipolo, ma soltanto un’accozzaglia di sbandati, malamente tenuti nei ranghi - ancora non per molto - dall’abnegazione di pochi dirigenti.
Dal canto suo, il PCd’I proponeva lo sciopero generale, non confi¬dando nella linea attendista e preferendo un’azione politica di fatto.105 L’impressione che Gramsci ebbe delle prime riunioni delle opposizioni aventiniane fu espressa amaramente:
Ho visto in faccia la piccola borghesia’ con tutti i suoi tipici caratteri di classe. La parte più riluttante di essa era costituita dai popolari e dai riformisti (...); i più simpatici erano Amendola e il generale Bencivenga dell’opposizione costituzionale che si dichiararono favorevoli in principio alla lotta armata e disposti anche (almeno a parole) a porsi agli ordini dei comunisti, se questi fossero in grado di organizzare un esercito contro il fascismo. Un deputato democratico-sociale... che è duca, Colonna di Cesarò, ministro di Mussolini fino al mese di marzo, dichiarò di essere più rivoluzionario di me perché fa la propaganda del terrore individuale contro il fascismo. Tutti, naturalmente, contrari allo sciopero generale da me proposto e all’appello alle masse proletarie.
Lo stesso Bordiga stigmatizzò l’illegalismo dilettantesco dell’Aventino, al quale riteneva addirittura preferibile la pseudo-legalità mussoliniana, ma da ciò non scaturì che un ulteriore problema, ovvero il fatto che il PCd’I si trovò a rivolgersi tanto contro il regime quanto contro l’intesa, per quanto discutibile, delle opposizioni che Bordiga e Gramsci ritenevano mere espressioni dell’antifascismo borghese. Gobetti proponeva l’alternativa di un contro-parlamento che provvedesse all’ordine del Paese e che costringesse il Re ad una scelta tra un esecutivo che esprimesse soltanto i voti dei fascisti, e un ministero che “per quanto costituito con una prassi extra-costituzionale, avrebbe rappresentato la volontà di tutti i partiti antifascisti e avrebbe riscosso il consenso di almeno la metà della popolazione” Purtroppo l’Aventino rifiutò ogni proposta, trincerandosi nell’importanza morale del proprio gesto di rifiuto e nemmeno ponendosi il problema di un’alternativa di governo, dimostrando di mancare “della maturità sufficiente per assumersi le responsabilità politiche che sarebbero derivate dal prendere in mano la situazione” e fermandosi ad un’azione legalitaria, e nulla più, che li portava a rinunciare all’unico mezzo di difesa costituzionale, ovvero all’azione parlamentare, negando così a se stessi qualsivoglia partecipazione alla creazione di un governo futuro. Peraltro, anche da parte loro, l’accettazione della linea del PCd’I avrebbe assunto i toni di un’abdicazione ben poco gradita a borghesi e socialisti. Si può dire dunque che davanti ai problemi del Paese restino tristemente preminenti le logiche partitiche. (Un’esauriente analisi della vicenda aventiniana, e soprattutto delle sue battute finali, è il minuzioso saggio di BUONOMO, La decadenza dei deputati nella Camera del Regno del 9 novembre 1926, «Historia constitucional», n. 13, 2012, pp. 697-715, che considera l’avvenuta sanzione della decadenza anche a pochi e precisi non aventiniani - anziché pure ai giolittiani e salandriani — come una decisione ad hoc ai danni di Gramsci e compagni).
Pag. 563 rabbino Lattes. Basti pensare che li rabbino Dante Lattes criticò agli inizi del Novecento l’assenza dell’educazione religiosa nella scuola pubblica (e va da sé che egli non si riferisse a quella ebraica), poiché temeva il dilagare di un’eccessiva secolarizzazione:
L’Italia, per preoccupazioni anticlericali, ha bandito Dio dalle scuole, come se Dio fosse un privilegio dei preti o l’invenzione d'una casta. La religione così è diventata sospetta ed ha preso tutti i caratteri d’una cosa antica, di un’idea falsa, di un’istituzione che il progresso deve sopprimere. Religioso vuol dire clericale e clericale vuol dire oscurantista. A Dio s’è voluto sostituire nelle scuole una morale astratta, sospesa per aria, priva d’ogni forza di convincimento per chi non la sente, per chi non l’ha nel sangue; una morale la quale diventa un’invenzione stupida ed ingenua per chi, vedendo nel mondo l’ingiustizia, la prepotenza, l’immoralità, non ha il rifugio d’un principio superiore.
Pag. 580…Ancora, sulla prima pagina di <<Israel>> del 25 luglio 1918, Pantaleoni e Preziosi figurano assieme quali promotori del gruppo romano dell’associazione ‘non-israelita’ ma sionista <<Pro-Israele>>. (Nell’aprile 1919 <<Israel>> riporta il seguente trafiletto: “Roma. Sotto gli auspici della Pro-Israele e sotto la presidenza del prof. Maffeo Pantaleoni, è stata tenuta da Dante Lattes una conferenza sul ‘sionismo e il congresso della pace’”, in Michelini, Alle origini dell’antisemitismo, cit., p. 26.)
Pag. 596 – 597 …si trattò semmai di tolleranza fin tanto che fosse già posizionata nei gangli vitali dell’amministrazione poiché, del resto, come scriveva Kuhnl,
La direzione del partito fascista, forte delle sue organizzazioni di massa, ha assunto il potere esecutivo col consenso e con l’aiuto di classi superiori tradizionali e (…) non si è comportata come un mero strumento delle classi superiori, né, d’altra parte, come il loro padrone assoluto, ma piuttosto come un socio nell’ambito di un’alleanza. Ma bisogna tenere presente che, con l’assunzione del potere esecutivo, non si può dire affatto che tutto l’apparato esecutivo sia diventato un organo del partito fascista. È vero che le classi sociali superiori hanno lasciato cadere i loro rappresentanti politici, hanno accettato lo scioglimento dei partiti borghesi e hanno affidato il governo alla dirigenza fascista; ma l’apparato amministrativo, la magistratura e le forze armate sono stati incorporati nel regime fascista pressappoco nello stato in cui erano prima, e qui le posizioni più importanti erano occupate da rappresentanti delle vecchie classi superiori. (Kuhnl, Due forme di dominio borghese: liberalismo e fascismo, Milano, 1976, pp. 213-214)
Pag. 606 …in merito all’odg Grandi, Lelio Bassi nel 1951 ebbe a scrivere:
Quale sia stato il significato del 25 luglio è oggi chiaro per tutti; Il tentativo della monarchia e della classe dirigente di trovare un capro espiatorio per la catastrofe a cui il Paese era stato condotto, di separare le proprie responsabilità, isolando Mussolini e il partito fascista, in modo da poter con servare intatti i vantaggi sostanziali conseguiti con il fascismo e prepararsi ad inserirsi, in nuove forme e sotto mutate vesti, ma salvaguardando le proprie petizioni di privilegio, nella realtà economico-politica, quale stava per scaturire dalla ormai certa disfatta nazista (Basso, due totalitarismi. Fascismo e democrazia cristiana, Milano, 1951,p. 1.).
Pag. 607…Curzio Malaparte nel 1954 tratteggiò una sagoma dolorosa della neonata Repubblica: Venne la Repubblica e tutti sperammo che dalla nuova Costituzione, dalla nuova democrazia uscisse finalmente quella riforma dello Stato che le classi politiche ci promettono invano da cinquant’anni. I fuoriusciti, gli antifascisti, quelli veri e quelli falsi, una volta saliti al potere, non solo non hanno tentato la promessa riforma dello Stato in senso democratico, ma hanno accettato con gioia (per servirsene come strumento di governo) l’eredità di quelle leggi fasciste che per venti anni avevano avversato. Il solo vantaggio apparente che questa povera democrazia ha dato al popolo italiano è una larga libertà di stampa che, in uno Stato come questo, retto da leggi antidemocratiche, si risolve in una beffa.
Pag. 608 …La condanna a morte del fascismo, in definitiva venne sancita al suo stesso interno e da questo preciso tipo dirigenziale. Scriverà, in tarda età, Dino Grandi:
Non rispecchiano la verità le centinaia di volumi che durante vent’anni ad esaltazione di se stesso Mussolini fece scrivere o suggerì o di cui palesemente si compiacque (…). Ma che ancora meno la letteratura di palazzo, non rispetta la verità storica la successiva letteratura astiosa inspirata ad una dissacrazione polemica ingiusta la quale altro scopo non ha alla fine raggiunto se non quello di creare e di alimentare essa proprio, così come accade per tutte le ingiustizie, il mito di Mussolini.
Vi è da augurarsi che l’una e l’altra di queste letterature possano venire dimenticate quando alfine le nuove generazioni, interiormente libere, riacquisteranno il senso delle proporzioni, il dono della tolleranza, l’istinto della verità. Il tempo — diceva Montaigne — «qui peu à peu dit tout». (Grandi, il diario della marcia su Roma, Milano, 1972,p.76).