Lo Ritornare avanti!
La geopolitica dell’euro
La classe politica italiana, fin dai tempi dello SME, vedeva nell’integrazione europea un’opportunità che atteneva più al posizionamento geopolitico del paese che ai suoi diretti interessi economici. Non c’era grande consapevolezza delle implicazioni materiali d’unificazione europea, soprattutto se escludiamo alcuni strati dell’altissima burocrazia e dell’accademia italiana. Si voleva soprattutto rimanere ancorati alla carrozza principale dell’integrazione, percepita come l’unica modalità per spingere il paese verso un processo di modernizzazione occidentale. Per ciò che concerne lo SME, alcuni ambienti della classe dirigente sapevano che un accordo monetario europeo sarebbe stato un pericolo esiziale per il perseguimento di un’autonoma politica industriale. Tuttavia, la dimensione geopolitica prevalse.
Con il trattato di Maastricht, questo iato divenne ancora più radicale in quanto la consapevolezza relativa ai danni economici si era assai attenuata. Il tono dei discorsi divenne presto quello dell’entusiasmo, della gioia, della festa, della sensazione di partecipare a qualcosa di inedito nella storia del continente. Non c’era tempo per scendere nei dettagli economici. Si doveva brindare all’Europa come “nuovo soggetto politico”. L’alba di una nuova epoca richiedeva di non fossilizzarsi troppo su noiosi tecnicismi economici. Bisognava mostrarsi contenti per essere stati ammessi nell’Ivy League continentale. La scelta fu quella di rendere il forum europeo non tanto un mezzo per perseguire una propria politica estera, come fecero Francia e Germania, quanto il caposaldo dell’intera strategia geopolitica del paese.
- Generazione Maastricht
In questo processo di mistificazione, i più colpiti sono stati i giovani. La categoria che è stata introdotta è quella della generazione Erasmus, ovvero la generazione che avrebbe beneficiato di più dell’Unione Europea e dell’euro. Essa viaggia con voli low cost, conduce periodi di studio all’estero, si forma in università dove l’insegnamento è in inglese, non deve convertire le valute, non deve varcare le frontiere, è sempre connessa a una rete che apparentemente non è sottopoteri pubblici nazionali. E una generazione che si considera “oltre”. Oltre lo Stato, oltre le radici, oltre la storia, oltre le identità: una categoria di persone che riceverebbe dall’UE i benefici antropologici di un’umanità finalmente riconciliata.
- Il problema non da poco è che non c’è nulla di più distante dalla realtà di questa narrazione. La condizione reale dei giova-ni è radicalmente diversa dal mito della generazione Erasmus. Rispetto a prima dell’UE, i giovani italiani sono oggi più poveri, più disoccupati e più spesso costretti a emigrare. Secondo il rapporto Giovani2024: Bilancio di una generazione, realizzata dal Consiglio Nazionale dei Giovani e dall’Agenzia Italiana per la Gioventù, in vent’anni l’Italia ha perso oltre un quinto dei propri giovani, diventando ultima in Europa per presenza di under 35.I giovani sono divenuti una specie in via di estinzione. Si fanno meno figli e questi figli emigrano in cerca di salari più alti e condizioni di lavoro più dignitose. Negli ultimi due decenni, c’è stata una riduzione di 3,5 milioni di persone under 35, con un tasso di decremento di oltre il 20 per cento.
- Nelle sue conseguenze demografiche, l’euro è stato simile a un conflitto armato. Quasi un’intera generazione è stata spazzata via dalle conseguenze dirette e indirette della moneta unica. E questo aspetto è ulteriormente complicato dal fatto che, oltre a non fare più figli, gli italiani decidono di spendere il loro “capitale umano”, finanziato dallo Stato italiano con scuole e università ancora (e nonostante tutto) all’avanguardia, in altri contesti nazionali. Secondo l’ISTAT, i giovani tra i 25 e i 34 anni espatriati tra il 2013 e il 2022 sono circa 352.000, di cui oltre 132.000 laureati2, ma questi dati sono largamente sottostimati a causa del fatto che chi emigra non si registra sempre all’anagrafe Italiani Residenti all’Estero (AIRE). Si stima che l’emigrazione effettiva dei giovani sia stata circa il triplo, e abbia superato il milione di unità. C’è un dissanguamento di giovani dall’Italia, un’emorragia di nuove generazioni. E a questo si aggiunge l’emigrazione interna. Nel biennio 2022-2023 si sono registrati complessivamente 253.000 trasferimenti di residenza da un comune meridionale verso uno centro-settentrionale (con una media annua pari a 127.000 movimenti, +13,3 per cento rispetto al 2021). Il Sud dell’UE, ossia l’Italia, è stato piegato, il Sud del Sud, ossia il Meridione italiano, è stato abbattuto, spazzato via da un’adesione imprudente e suicidaria a un sistema politico e monetario inefficiente. Pagg.14-15-16
- Se dal 1950 al 1991, anno precedente alla firma del trattato di Maastricht, il PIL pro capite italiano è cresciuto di oltre il 420 per cento, dal 1999, e quindi dalla quarta linea, la crescita si ferma complessivamente al 5 per cento. Dall’avvento dell’euro, la nostra economia ha vissuto un rallentamento quasi senza precedenti. Se prima avanzava come gli altri paesi, e per molti versi molto più velocemente, da quando ha modificato il suo sistema monetario l’Italia si è bloccata. Il problema è che nel sistema capitalistico fermarsi non è una possibilità. Non appena sopraggiunge una crisi (vedi soprattutto 2008 e 2011 e la tragica gestione degli anni successivi), l’economia non si riprende più. L’euro ha prodotto cioè un’anchilosi della nostra economia. Da quando il processo di integrazione è entrato nel vivo, l’economia italiana si è irrigidita e la vivacità produttiva si è bloccata. E non appena è arrivata una folata di vento della storia, come la grande crisi finanziaria, è crollata di colpo. È appunto una economia “zombizzata” e, quindi, estremamente fragile. Pag.21
- Gli economisti Joseph Stiglitz e Paul De Grauwe. [L euro] è nato da un mix di ideologie e concetti economici sbagliati. Si trattava di un sistema che non poteva funzionare a lungo e, di fronte alla Grande recessione, i suoi difetti sono balzati agli occhi di tutti. Ritengo che le carenze di base fossero chiare fin dall’inizio a chiunque volesse vederle. Quelle carenze hanno contribuito a creare gli squilibri che hanno alimentato i focolai di crisi per il cui superamento occorreranno anni.
Gli economisti vengono spesso criticati perché non riescono quasi mai a prevedere una crisi, ma il giorno dopo sono bravissimi a spiegare perché era inevitabile. Tuttavia, se vi è un campo in cui questa critica è ingiustificata, è proprio l’economia delle unioni monetarie. Negli anni Ottanta e all’inizio dei Novanta del secolo scorso, quando i leader europei discutevano del progetto di creare un’unione monetaria europea, gli economisti, me compreso, ammonirono che tale impresa sarebbe stata rischiosa, soprattutto perché si trattava di un’unione monetaria che mancava di un’unione di bilancio. I leader europei, che sostenevano la creazione dell’unione monetaria soprattutto per motivi politici, ignorarono questa critica e realizzarono un’unione monetaria incompleta che, proprio a causa della sua incompletezza, sarebbe stata una creatura fragile. Ora quella previsione sta prendendosi la rivincita. Pag.38
- Una delle più evidenti fake news sull’euro, perciò, e che esso ci avrebbe protetto dalle turbolenze finanziarie. Questa idea si poggia su due considerazioni, entrambe largamente scorrette. La prima riguarda il cosiddetto dividendo dell’euro. grazie alla moneta unica, i tassi d’interesse sul nostro debito pubblico sarebbero calati. La seconda sostiene invece che, grazie all’integrazione monetaria, l’Italia si sarebbe trovata protetta dagli attacchi speculativi dei mercati finanziari. Se andiamo a vedere i dati, entrambe queste tesi risultano parziali e, se pronunciate con tale assertività, false.
- L’andamento dei tassi d’interesse a lungo termine sui titoli di debito pubblico di alcuni paesi che hanno adottato l’euro e di altri paesi che non l’hanno fatto. In entrambi i grafici, è presente l’andamento dei tassi italiani. Come è abbastanza evidente, il calo dei tassi d’interesse è un fenomeno comune ai paesi europei, sia nell’Area euro che fuori. Piuttosto che dalla moneta unica, tale tendenza sembra essere causata dalla diminuzione dei tassi d’interesse statunitensi. Paesi come Regno Unito, Svezia, Norvegia presentano un andamento esattamente sovrapponibile a quello italiano. Pag.66
- Negli ultimi trent’anni, infatti, le due più grandi speculazioni contro l’Italia non sono avvenute nonostante ma a causa dell’integrazione europea. L’attacco contro la lira del 1992 fu dovuto al fatto che le autorità monetarie italiane difendevano un tasso di cambio divenuto insostenibile all’interno di un sistema di cambi fissi. L’attacco speculativo del 2011 fu invece causato dalla BCE, che fece intendere ai mercati che non sarebbe intervenuta a difesa dei titoli di Stato. In questo modo, l’Italia fu sprovvista della protezione di un’autorità monetaria e i mercati agirono di conseguenza. Sia nel 1992 che nel 2011, quindi, gli attacchi speculativi non sono stati causati dalla “cattiveria morale della finanza” - come a volte un po’ ingenuamente si sostiene - ma dall’incompletezza istituzionale dell’area monetaria europea. È stato cioè un problema politico prima che etico. Pag.68
- L’Unione Europea è una democrazia? A giudicare dagli ultimi anni, dovremmo rispondere di no. Essa appare come un regime sempre più dispotico, capace di violare non solo gli stessi trattati che lo istituiscono, ma perfino—con la collaborazione del Fondo Monetario Internazionale - i diritti umani. [...] Pare evidente che la UE abbia smesso di essere una democrazia, per assomigliare sempre più a una dittatura di fatto. Pag.75
- La promulgazione della legge 359/1992 segna l’avvento di una delle più grandi stagioni di privatizzazioni che il mondo abbia mai osservato: si imponeva la trasformazione in società per azioni dei conglomerati pubblici, a cui doveva seguire un drastico progetto di vendite nel settore bancario e assicurativo. Diverse banche strategiche (tra cui Credito Italiano, Banca Commerciale Italiana, BNL, Banca di Roma, MPS, Istituto Bancario San Paolo di Torino, IMI) e FINA furono privatizzate, in gran parte mediante quotazione sulla Borsa di Milano. Una disinvestì tutte le sue partecipazioni nel settore alimentare e riavviò la privatizzazione della STET. Si quotò ENI e si vendettero le prime quote. Ci fu la vendita di quote di Uva, del 100 per cento di Nuovo Pignone e di Acciai Speciali Terni.
- Tra il 1996 e il 2000, il processo di privatizzazione raggiunse il picco: progredì la privatizzazione di ENI, con una sequenza di tre offerte pubbliche di vendite per proventi pari a 18 miliardi, si fusero STET e Telecom Italia per privatizzare la newco raccogliendo 11,9 miliardi, riprese la privatizzazione del settore dei trasporti, furono vendute ulteriori partecipazioni bancarie e assicurative nella Banca di Roma, nell’Istituto Mobiliare Italiano, in BNL, in MPS, in INA. Pagg. 93-94
- Al contrario della vulgata dominante, infatti, l’intervento dello Stato aveva costituito uno dei motori fondamentali per lo sviluppo economico italiano. Come riportano Baccaro e D’Antoni, nel 1982 l’IRI produceva da solo il 3,6 per cento del PIL italiano (il 5 per cento includendo i rapporti indiretti), esportava il 20 per cento della sua produzione, il doppio rispetto alle imprese private negli stessi settori, mostrava una maggiore produttività del lavoro, era più capital-intensive e maggiormente presente nei settori ad alta tecnologia. Inoltre, nel 1986, occupava mezzo milione di lavoratori e rappresentava il 15 per cento della spesa totale italiana in ricerca e sviluppo. Ancora nel 1992, IÌRI era il decimo gruppo industriale al mondo in termini di vendite e il terzo in Europa. Era il quarto gruppo al mondo per asset posseduti e il primo in Europa; il quinto datore di lavoro nel settore manifatturiero e il terzo in Europa. Pagg.95-96
- Scrive l’economista olandese Servaas Storm: dopo il 1992, l’Italia ha fatto più di molti altri membri dell’Eurozona per soddisfare le condizioni dell’Unione Monetaria Europea (UME) in termini di consolidamento fiscale autoimposto, riforme strutturali e moderazione dei salari reali [...]. Tuttavia, la sua stretta adesione alle regole dell’Unione Monetaria Europea ha soffocato la domanda interna e le esportazioni, portando non solo a una stagnazione economica e a un rallentamento generalizzato della produttività, ma anche a un declino relativo e assoluto in molte dimensioni fondamentali dell’attività economica. [...]. Di conseguenza, il rispetto delle regole dell’Unione Monetaria Europea vincola l’economia italiana a un declino economico e all’impoverimento.
- …. i salari reali italiani hanno vissuto un arretramento impressionante, che è difficile scorgere in altri contesti nazionali se osserviamo l’intera storia della modernità capitalista. In questi trent’anni, i salari reali italiani sono diminuiti del 3,5 per cento, mentre in Francia e in Germania sono cresciuti del 30 per cento, negli USA del 47 per cento e nel Regno Unito del 45 per cento. E questo ha bloccato la crescita economica, il dinamismo politico, le tendenze demografiche e la vitalità culturale di un paese con sessanta milioni di abitanti. Oggi tutto ciò viene a galla, e dovrebbe essere il momento migliore - in quanto il più urgente - per un salto di coscienza collettivo, ovvero per una presa di consapevolezza su cosa sia realmente successo in questi decenni di UE: non ciò che vorremmo fosse successo ma ciò che nei fatti è accaduto. E, quindi, ciò che dobbiamo fare nel futuro. Pagg. 99-100
- ….Lo SME d’altronde era un sistema di cambi fissi molto diverso da quello Bretton Woods. Mentre la finalità del secondo era quella di creare un sistema di scambi che tutelasse la sovranità economica dei singoli Stati-nazione, conciliando occupazione ed integrazione commerciale, uno dei fini espliciti del primo era di creare un mercato finanziario comune. La conseguenza fu che gli Stati persero l’indipendenza riguardo alle decisioni di politica monetaria e in particolare, al livello dei tassi d’interesse…pagg.108-109
- Prima del divorzio, infatti, in Italia esistevano due canali attraverso cui l’autorità monetaria poteva finanziare l’autorità fiscale. Il Tesoro aveva innanzitutto un conto corrente di tesoreria presso Bankitalia. Questo conto poteva andare a debito finanziando le esigenze del governo. Il livello massimo di tale indebitamento fu modificato varie volte. La legge 1333/1964 lo fissò al 14% dell’importo complessivo degli stati di previsione della spesa approvata dal Parlamento. Gli scoperti si accumulavano anno dopo anno e il Tesoro non ripagava mai a Bankitalia il credito concesso. Di fatto, il conto di tesoreria era una fonte continua di finanziamento monetario. IL secondo canale era l’acquisto di BOT da parte di Bankitalia. Dopo l’approvazione della normativa del 1975 sulla riforma dei Buoni ordinari del Tesoro, come riporta lo stesso Mario Draghi, Bankitalia si era «impegnata ad acquistare alle aste tutti i titoli non I collocati presso il pubblico, finanziando quindi gli ampi disavanzi del Tesoro con emissione di base monetaria». Questa ' possibilità era d’altronde presente anche prima del 1975, ma da quel momento «la Banca risultò “acquirente residuale” di tutti i titoli di Stato emessi [...] assicurando in tal modo al Tesoro un finanziamento certo e non penalizzante».
- Sostanzialmente, qualunque titolo non fosse stato acquistato dal mercato, doveva essere acquistato dall’autorità monetaria. In questo modo, il governo aveva il potere di esercitare un’influenza decisiva sul livello dei tassi d’interesse. Una buona parte dell’intera strategia debitoria era così saldamente nelle mani della politica. Il risultato del funzionamento di questi due canali era infatti che il governo si indebitava spesso solo formalmente. Come scrive Spaventa, «in questo caso manca un vero e proprio debito corrispondente alla base monetaria creata dalla Banca d’Italia per conto del Tesoro, e in ciò consiste l’essenza del potere del signoraggio». Pagg. 111-112
- La quota salari, ovvero la parte del reddito nazionale destinata ai lavoratori, ci fornisce un’immagine di questo processo. Essa è calata nelle tre principali economie europee negli ultimi quarant’anni. Prima dell’SME, la quota era superiore al 70%. Negli anni immediatamente successivi alla sua creazione in Germania e in Italia si era osservato l’inizio di quel calo repentino che ben presto avrebbe colpito anche l’economia francese. All’inizio del millennio la quota si era ridotta in tutte le economie ma l’Italia era il paese con la quota più bassa... Pagg. 137-138
- ….. La svendita di asset pubblici ha assicurato per decenni ad alcuni gruppi economici flussi ingenti di profitti senza che questi richiedessero una seria politica di innovazione e investimento. La differenza tra profitto e rendita è divenuta così quasi impercettibile. L’esempio di Autostrade è rivelatore. Dal 1999 al 2019, ovvero dalla sua privatizzazione. Autostrade per l’Italia ha distribuito 9 miliardi e 400 milioni di euro di dividendi5, di cui 9 miliardi e 200 milioni sono stati assicurati ad Atlantia, «nelle mani di un’unica famiglia che, in pratica dal 2003, godeva di un sostanziale monopolio».
- Una parte molto ristretta del grande capitale italiano ha perciò visto nell’integrazione europea un modo per agganciarsi al nuovo capitalismo finanziario internazionale senza dover affrontare significativi costi politici interni. Non parliamo del ceto imprenditoriale nel suo complesso, ma degli strati più esposti all’accentramento finanziario occidentale. Lentamente. ma inesorabilmente, le grandi famiglie si sono internazionalizzate, hanno ridotto il rischio legato al ciclo economico italiano, hanno spostato sedi legali e fiscali all’estero, hanno venduto imprese a fondi stranieri, hanno delocalizzato fabbriche, hanno inviato i propri figli a studiare altrove. Questi decenni hanno cioè rappresentato per l’élite economica del paese un’occasione per deitalianizzarsi ulteriormente. Il “patto scellerato” messo in atto fu questo: una riduzione del tasso di crescita del reddito in cambio di un maggiore potere su di esso. Si scelse, al contrario di quanto diceva Enrico Mattei, di diventare sempre più ricchi in un paese sempre più povero. Pagg.143-144
- …come riporta il rapporto della Ragioneria generale del 2020 sui “flussi finanziari Italia – Unione europea”, il saldo netto cumulato dei contributi ordinari dell’Italia all’Europa, e quindi la differenza tra versamenti e importi ricevuti, ammonta a 37 miliardi di euro nel periodo 2015-20206. Parliamo di un saldo medio annuo negativo di circa 6,2 miliardi di euro. Se consideriamo i movimenti tra il 2000 e il 2014, l’Italia è stata contributrice netta per un totale di oltre 72 miliardi di euro. Se analizziamo, infine, i movimenti dal 1994 al 1999, la somma è pari a circa 10 miliardi di euro. Dal 1994 al 2020, perciò, c’è stato un esborso netto totale di circa 120 miliardi di euro. Considerando il fatto che negli ultimi dieci anni il valore medio delle leggi di bilancio dell’Italia è stato pari a circa 30 miliardi di euro, se non ci fosse stato alcun movimento tra l’Italia e l’Unione Europea, né in entrata né in uscita, avremmo potuto fare investimenti interni per un valore pari a oltre quattro leggi di bilancio, migliorando la spesa sociale, le infrastrutture, la sanità, l’istruzione, aumentando i salari e riducendo le tasse.
Neanche il PNRR ha apportato una modifica sostanziale a questo sbilanciamento. Certamente, il fondo Next Generation EU ha rappresentato una svolta simbolica, con la condivisione di una parte di debito. Tuttavia, se si guarda al di là della propaganda, l’effetto netto è veramente modesto. Come sap-piamo, il Recovery and Resilience Facility (RRF, ‘Dispositivo per la Ripresa e la Resilienza’) garantisce 194,4 miliardi di euro all’Italia, a cui vanno aggiunti i 13 miliardi di REACT-EU e i 30 miliardi del Fondo complementare. Dei 194,4 miliardi, tutta- via solo 71,8 miliardi sono sovvenzioni, ossia a fondo perduto, mentre gli altri 122,6 sono debiti che dovranno essere ripagati. Per quanto riguarda le sovvenzioni a fondo perduto, parliamo di uno stimolo complessivo di circa il 4 per cento del PIL lungo tutto l’orizzonte temporale del PNRR. Se consideriamo che, tra spese aggiuntive e mancati introiti, il Fondo Monetario Internazionale ha calcolato che lo Stato italiano ha sostenuto nel solo 2020 una risposta fiscale discrezionale pari a circa il 7,9 per cento del PIL10, ci accorgiamo di quanto le sovvenzioni europee corrispondano a cifre irrisorie. In più, va considerato che mentre quel 7,9 per cento si concentrava su un solo anno, il 4 per cento dei fondi europei va spalmato su un orizzonte temporale di sei anni. Pagg.173-174-175
- Suggerite tre soluzioni per l’uscita dall’Euro. Alla terza, si potrebbe aggiungere da qualche mese prima dall’uscita dall’Euro il corso di una moneta parallela, che resterà l’unica utilizzata con la dismissione dell’euro. Da pagg. 180

