
- <<INSERIRE L’EBRAISMO ITALIANO NEL QUADRO DEL Regime – e nella cornice della più cristallina italianità, smantellare il fortilizio sionistico che sta a guardia di sentimenti ed interessi estranei del tutto a quelli nazionali italiani, per la formazione di una coscienza totalitaria, aderente alle idealità e alla necessità d’espansione dell’Italia fascista, ecco lo scopo di questo libro – e della campagna politica alla quale esso è legato>>. Pag.16
- «L'Unione delle Comunità Israelitiche Italiane, mentre ritiene che il fatto di avere il patrio Governo ratificato la dichiarazione Balfour impegni gli Israeliti italiani a favorire nella misura e nei modi che possano essere graditi al Governo italiano la rinascita ebraica palestinese della quale riconosce l'alto significato religioso, dichiara che questo e non altro è e deve essere il proprio atteggiamento verso il Sionismo e si riafferma fervidamente italiana e fedele al Regime al pari di tutte quante le Comunità che essa, con vigile coscienza, assomma e rappresenta». Pag.17
- Vennero poi riconosciuti punti di contatto tra gli "ebrei fascisti" e i "fascisti del sionismo" e parlando del revisionismo si scrisse della «simpatia vivissima per l'Italia»22 manifestata da questo movimento. Quando l'articolo venne pubblicato, presso la scuola marittima di Civitavecchia, già da un anno e sotto gli auspici del regime, era presente un corso betarista (sionista revisionista) da cui nacque il nucleo della futura marina israeliana. Il Naziv Betar italiano Leone Carpi, che rivestì un ruolo importante nello sviluppo di questo progetto, nel 1965 scrisse a questo proposito il libro Come e dove rinacque la Marina d'Israele. La Scuola Marittima del Bethar a Civitavecchia (Roma, Arti Grafiche Nemi). Pag.19
- Nel 1925, Jacob Klatzkin, scrittore ed intellettuale sionista sentenziò
- in modo chiaro:
«Se noi [sionisti] non ammettiamo che gli altri abbiano il diritto di essere antisemiti, allora noi neghiamo a noi stessi il diritto di essere nazionalisti. Se il nostro popolo merita e desidera vivere la propria vita nazionale, è naturale che si senta un corpo alieno costretto a stare nelle nazioni tra le quali vive, un corpo alieno che insiste ad avere una propria distinta identità e che perciò è costretto a ridurre la sfera della propria esistenza. E' giusto, quindi, che essi [gli antisemiti] lottino contro di noi per la loro integrità nazionale. Invece di costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dagli antisemiti, i quali vogliono ridurre i nostri diritti, noi dobbiamo costruire organizzazioni per difendere gli ebrei dai nostri amici che desiderano difendere i nostri diritti». Pag.23
- Questo desiderio non sarà esclusivo di questo "ebraismo fascista". L'ambizione di scrollarsi le etichette del passato toccherà in modo chiaro anche il sionismo. Lo stesso Jabotinsky (in seguito fondatore del revisionismo), in una lettera scritta il 16 luglio 1922 all'allora On. Benito Mussolini, descriveva i giovani ebrei del suo movimento come più tenaci degli stessi fascisti:
«Signor Mussolini, mi pare ch'Ella non conosca l'ebreo. Forse mi sbaglio, ma mi pare ch'ella s'immagini, quando pensa agli ebrei, un essere docile, untuoso, furbo, sempre sulla difensiva, sempre proclamatore della propria lealtà all'Italia, all'ideale ecc. ecc. Sono queste favole del secolo scorso, e anche allora erano favole. Se vuol conoscere il grado di vitalità nostro, studi i suoi fascisti, soltanto vi aggiunga un po' più di tragedia, un po' più di tenacia – forse anche più di esperienza>>. pagg 29 - 30
- Sempre l’articolo La Questione Ebraica si legge: <<ho conosciuto degli ebrei tedeschi, inglesi, francesi levantini, polacchi, rumeni, ma confesso che ben di rado mi sono accorto che essi erano miei consanguinei. Anzi avrei desiderato talvolta che non lo fossero>>. Pag.30
- Tra essi: Giorgio Bocca (che "nel 1942 recensiva positivamente i Protocolli dei savi anziani di Sion denunciando gli ebrei come principale nemico da sconfiggere" e che poi diventò maître à penser del progressismo italiano), Gabriele De Rosa (storico e politico democristiano che scrisse il pamphlet La rivincita di Ario), Amintore Fanfani (futuro presidente del Consiglio) o Pietro Badoglio (che sostituì Mussolini alla guida del Governo). A questi se ne potrebbero aggiungere diversi altri. Va ricordato inoltre che nel Senato, di nomina règia, pochi brillarono per antirazzismo, «nessuno parlò contro le leggi razziali, neppure Luigi Einaudi, e i voti contrari furono solo nove su 164 senatori. Assenti, come Benedetto Croce, erano i nove senatori ebrei, quattro dei quali iscritti al PNF: due Isaia Levi e Salvatore Segrè Sartorio, nominati durante il regime». Pag.34
- Cesare predilesse gli Ebrei e quando emanò editti restrittivi, escluse sempre gli Ebrei. Quando venne ucciso, immenso fu il loro dolore. Narra Svetonio che sfilarono soprattutto i Giudei dinanzi all'ara di Cesare - ed essi chiesero il privilegio di vegliarne le ceneri per lunghe notti. Nella storia romana - da Pompeo a Cesare, da Augusto a Tiberio, da Nerone a Gajo, troviamo strettamente congiunti i destini di Roma con quelli della Giudea – e due figure di Principi ebrei dominano qualche volta la storia dell'impero -: Erode e Agrippa.
In quei tempi Roma esige come ostaggi i Principi reali di
Gerusalemme che vengono educati come cittadini romani alla corte
della Casa Giulia.
Oggi dopo venti secoli di storia comune, ebrei italiani, parte viva del popolo unito, strettamente congiunta alle origini e allo sviluppo dell'Italia moderna, monarchica, sabauda e fascista, saranno sempre ansiosi e fieri di rimanere nelle avanguardie del grande esercito di camicie nere che marcia verso le mete segnate dal Duce. pag.43
- Il miglior alleato della politica razzista è oggi, suo malgrado, il sionismo nazionalista. È nostra ferma convinzione che mai la politica antisemita sarebbe giunta agli estremi che ha toccato, se non avesse avuto fra i suoi principali argomenti probatori, il così detto focolare nazionale ebraico. Lo stesso ideale ebraico, dal punto di vista puramente religioso, predica il ritorno a Sion come un ritorno spirituale, ma poiché la nostra dottrina nega il proselitismo, le minoranze ebraiche nel mondo rimangono le legittime depositarie dell'idea monoteistica e della legge mosaica che sta alla base della Bibbia e della moderna civiltà. Nel 1934, voler interpretare il ritorno a Sion in senso strettamente territoriale è segno d'incomprensione storica e religiosa.
Noi, per funzione religiosa storica e civile, siamo e dobbiamo essere interamente cittadini delle nazioni dove viviamo da secoli e di cui formiamo parte indissolubile ed integrante. Nulla la religione ha da soffrire per questa assoluta e piena adesione alla Patria. Pag.47
- Il "Popolo d'Italia" ha pubblicato nel suo numero del 15 agosto il seguente corsivo:
«Nella vita pratica i poeti non fanno testo. È un vecchio detto proverbiale che merita di essere rinfrescato perché proprio oggi trova la sua ennesima conferma nella realtà. Precisiamo: il poeta ebreo Bialik, assai pensoso della sorte toccata ai correligionari esuli dalla inospitale Germania, avrebbe voluto che essi trovassero in seno ai fratelli di Tel Aviv un'accoglienza disinteressata e consolante. Invece ...
Invece, secondo le sdegnate parole del medesimo Bialik in un discorso ch'egli ha pronunciato prima di morire e che troviamo nell'ultimo numero di «Israel», «i profughi dalle persecuzioni tedesche sono stati accolti nella Terra Promessa da una coalizione di sfruttatori». Primo pensiero degli israeliti di Tel Aviv, al giungere dei meschini confratelli, è stato quello di «aumentare le pigioni delle case». Subito dopo, l'aumento è stato esteso «ai prezzi delle cibarie e delle suppellettili di prima necessità». «Come abbiamo accolto noi i fuggiaschi dalle persecuzioni?» domanda Bialik, e risponde: «Sottraendo ai nuovi venuti i loro ultimi soldi». Ecco un altro luogo comune che crolla: quello della solidarietà razziale fra ebrei». Pag.97