Essere figli di una tradizione solare
Un breve scritto a difesa del cristianesimo
Il breve scritto che segue non ha nessuna pretesa, né faziosa né dogmatica. Si prefigge semplicemente di rendere edotti i detrattori – in buona o in mala fede – del cristianesimo. Il cristianesimo non è giudaismo travestito; non ha alcuna responsabilità del disfacimento della società ellenico-romana e moderna; non è stato causa della caduta dell’Impero Romano d’Occidente; il monoteismo biblico non è speculare ai politeismi; Gesù è esistito e non era di pelle scura.
Genesi e il linguaggio che precede l’ebraismo
Per cominciare, nella descrizione degli atti creativi di Genesi si riscontrano elementi di simmetria, come la corrispondenza tra i giorni I, II e III (relativi agli ambienti) e i giorni IV, V e VI (relativi agli occupanti). C’è poi il ritornello «Così fu sera, poi fu mattina: il … giorno». Tutto ciò fa pensare a un’opera poetica, a un poema. Tuttavia, come osserva Wenham, Genesi non è poesia ebraica tipica, né prosa ebraica normale: la sua sintassi è decisamente diversa dalla prosa narrativa. Sebbene alcuni ebraisti abbiano individuato elementi poetici nel racconto, si riconosce che il materiale è essenzialmente prosa. Cassuto lo definisce «prosa elevata» e ritiene che abbia assunto questa forma in virtù dell’importanza speciale del tema. Questo giudizio non sembra incompatibile con la possibilità suggerita da Wenham, secondo cui i frammenti poetici tradirebbero una forma anteriore del testo di Genesi. Ad ogni modo, il linguaggio induce a pensare a un racconto che precede l’ebraismo.
Inoltre, l’ebraismo, lungi dall’aderire a un rigido monoteismo, conteneva fin dai tempi più remoti forti elementi politeisti, il principale dei quali era il culto della Dea Madre, sposa e consorte del Dio della Bibbia. La verità religiosa dell’esistenza di una dea, amorevole quanto terribile, in armonia coniugale o in contrasto rivendicativo, a fianco di un Dio unico e onnipotente, si manifestò trionfalmente in quella che può essere chiamata la svolta cabbalistica, in cui la dottrina mistico-mitica di Dio e della Sua Shekhinah si è inserita e ha mantenuto la sua presa. Dalla dea Asherah fino alla Shekhinah e alla Lilith della Kabbalah, l’esigenza spirituale popolare di una forza femminile compagna del Re del Mondo non si è mai sopita: è la Dea degli Ebrei.
La caduta dell’Impero Romano d’Occidente
Posto il fatto che l’Impero Romano d’Oriente cristiano è esistito fino al 29 maggio 1453 con il suo ultimo imperatore Costantino XI Paleologo – longevità consegnata alla storia non per colpa del cristianesimo (che lo ha tenuto in vita per altri mille anni rispetto all’Impero d’Occidente), ma per ragioni di altra natura –, l’Impero Romano d’Occidente non cade a causa del cristianesimo, ma principalmente per due motivi: l’usura e l’apertura al cosmopolitismo.
Tiberio, imperatore romano, promulgò un editto con il quale minacciava di morte gli ebrei che perseguitavano i cristiani. Anche l’imperatore Claudio fu estremamente tollerante con i cristiani. Nel nono anno del suo regno (circa il 49 d.C.), Claudio allontanò gli ebrei da Roma. Svetonio, nella sua opera Vita di Claudio, spiega che il provvedimento fu preso poiché gli ebrei provocavano continui tumulti «per istigazione di Cresto» (impulsore Chresto).
Dunque, piuttosto che a causa del cristianesimo, uno dei fattori che portarono alla caduta di Roma è ascrivibile a un motivo che nulla ha avuto a che fare con il cristianesimo, anzi in antitesi alla religione di Cristo.
«I primi ebrei conosciuti ad arrivare a Roma nel 161 a.C. furono Yehuda e Maccabae. Questi ebrei romani lavoravano come artigiani, mercanti e venditori ambulanti. Praticavano anche il prestito di denaro. Vivevano in comunità separate in quartieri dedicati. Si governavano secondo le proprie leggi ed erano esenti dal servizio militare…
Nel 139 a.C., quelli che non erano cittadini romani furono espulsi dal pretore Hispanus per proselitismo, ma presto tornarono. Nel 19 d.C., attraverso un senatus consultum, l’imperatore Tiberio espulse 4.000 ebrei che erano stati coinvolti in vari scandali, ma nessuna di queste espulsioni fu eseguita correttamente e la loro continua presenza, soprattutto come usurai, avrebbe giocato un ruolo significativo nel declino e nel crollo dell’Impero romano.
…al suo ritorno in Italia, nel settembre del 45 a.C., Cesare trovò le strade e le intere città piene di senza tetto che erano stati sfrattati dalle loro case e terre da usurai e monopolisti. 300 mila persone dovevano essere sfamate ogni giorno nel granaio pubblico. L’usura, con tutte le sue disastrose conseguenze, stava fiorendo. I principali usurai, per lo più ebrei, applicavano tassi di interesse fino al 48% annuo.
Seneca (4 a.C. – 65 d.C.) nel De Superstitione: «I costumi di questa nazione criminale hanno acquisito un tale potere da essere ormai accolti in tutte le terre. I conquistati dettano legge ai conquistatori».
Cicerone, Marco Tullio: «Piano! In silenzio! Non voglio che altri, oltre ai giudici, mi sentano. I Giudei mi hanno già causato abbastanza problemi, come ne hanno causati a tanti uomini. Non intendo dare loro altri problemi». Citato in W. Grimstad, Antizion, Noontide Press, Torrance, California, 1985, p. 29. Cicerone era l’avvocato difensore al processo di Flacco, un funzionario romano che aveva interferito con i carichi d’oro che gli ebrei stavano trasferendo alla loro sede internazionale situata a Gerusalemme. Cicerone stesso non era una persona qualunque e il fatto che una persona della sua statura dovesse “parlare sottovoce” dimostra che si trovava in presenza di una sfera d’influenza molto pericolosa. In questo caso, potremmo chiederci chi fossero i veri persecutori.
Le riforme e la lotta contro l’usura di Cesare causarono la sua morte.
Quando ancora il cristianesimo non esisteva, imperi che hanno preceduto quello romano sono implosi principalmente per lo stesso motivo: l’usura. «Quando il governo dell’antico Egitto è crollato, il 4% della popolazione aveva tutta la ricchezza. Quando la civiltà babilonese crollò, il 3% della popolazione aveva tutte le ricchezze. Quando l’antica Persia fu distrutta, il 2% della popolazione aveva tutta la ricchezza. Quando l’antica Grecia cadde in rovina, metà dell’1% della popolazione possedeva tutte le ricchezze. Secondo la Commissione per l’argento degli Stati Uniti del 1876, il valore della moneta metallica dell’Impero Romano all’apice della sua potenza era di 1,8 miliardi di dollari, ma alla fine del Medio Evo era sceso a 200 milioni di dollari. Quando l’Impero romano crollò, duemila persone possedevano tutta la ricchezza del mondo civilizzato» (citato da R. Maguire in “Money Made Mysterious”, American Mercury magazine, New York, 1958, p. 98; American Mercury fu fondato da H. L. Mencken nel 1924). Fonte: Storia delle Banche Centrali e la schiavitù dell’umanità – S. M. Goodson.
«La democrazia imperiale che teneva sotto il suo dominio il mondo intero, dai senatori dai nomi illustri al più umile contadino, da Giulio Cesare al più umile negoziante delle strade secondarie di Roma, erano tutti alla mercé di un piccolo gruppo di usurai» (citato in G. Ferrero, Greatness and Decline of the Roman Empire, Vol. VI, William Heinemann Ltd, London, 1908, p. 223).
Un altro importante motivo che si somma alla caduta di Roma è da ricondurre alla scelta dell’imperatore Caracalla, il quale con l’editto del 212, la Constitutio Antoniniana de civitate, estese la cittadinanza romana a tutti gli abitanti del regno. Una legge cosmopolita che favorì il meticciato biologico e l’annacquamento culturale.
Nel 1921 il belga Henri Pirenne aveva messo in luce la persistenza di istituzioni romane in Italia, in Spagna e nell’Africa del Nord, fino all’invasione musulmana. Privando l’Occidente di ogni tipo di contatto con l’Oriente ellenistico, con la paralisi del commercio mediterraneo e condannandolo così alla stagnazione delle economie autarchiche, l’Islam avrebbe interrotto le tradizioni antiche molto più delle invasioni germaniche. La scoperta rimetteva in questione l’importanza della data del 476 e l’idea stessa che il Medioevo sia succeduto al Basso Impero al tempo della deposizione di Romolo Augustolo.
La responsabilità della disfatta dell’Impero Romano d’Occidente non è stata causata dal cristianesimo, ma da imperatori indoeuropei, così come indoeuropei furono gli imperatori romani che abbracciarono e favorirono il cristianesimo: Costantino, Teodosio, Giustiniano.
Gesù è esistito
Il dibattito sull’esistenza di Gesù non è più oggetto di controversia tra gli storici seri. Abbiamo testimonianze di autori che non avevano alcun interesse a favorire il cristianesimo; anzi, lo guardavano con sospetto o disprezzo.
Tacito (Annali, 116 d.C.), lo storico romano, descrive la persecuzione di Nerone e scrive chiaramente: «Il fondatore di questa setta, Cristo, era stato suppliziato sotto il regno di Tiberio ad opera del procuratore Ponzio Pilato». Tacito non cita una leggenda, ma un fatto d’archivio romano.
Giuseppe Flavio (Antichità Giudaiche, 93 d.C.), storico ebreo, scrive di Gesù come di un «uomo sapiente» che compiva «opere mirabili» e che fu condannato alla croce.
Plinio il Giovane (112 d.C.), in una lettera all’imperatore Traiano, descrive i cristiani come persone che si riuniscono per cantare inni a Cristo «come a un dio», rifiutandosi di abiurare anche sotto minaccia di morte.
Come si spiega il passaggio dalla paura cieca al coraggio estremo?
Subito dopo l’arresto di Gesù, i discepoli fuggirono. Pietro lo rinnegò per tre volte per paura di una serva. Erano uomini distrutti, convinti che il loro leader avesse fallito. Eppure, poche settimane dopo, quegli stessi uomini sfidarono il Sinedrio e l’Impero. A differenza di altri movimenti messianici dell’epoca (come gli Zeloti), i seguaci di Gesù non presero le armi per vendicarlo. La loro “rivoluzione” fu pacifica, basata sulla parola.
Se avessero rubato il corpo, avrebbero saputo perfettamente di morire per una menzogna. L’uomo può morire per una convinzione errata, ma nessuno muore volontariamente per qualcosa che sa essere un falso orchestrato da lui stesso. Gente comune, nobili e persino soldati romani iniziarono a convertirsi, accettando l’esclusione sociale e la morte. Questo suggerisce che avessero visto qualcosa di così sconvolgente (la tomba vuota e l’incontro con il Risorto) da rendere la morte fisica irrilevante rispetto alla verità scoperta.
Se Gesù fosse rimasto nella tomba, oggi lo ricorderemmo (forse) come uno dei tanti predicatori messianici messi a tacere da Roma. Ciò che ha cambiato la storia non è stata solo la sua vita, ma la reazione dei testimoni alla sua assenza dal sepolcro. Il fatto che nessuno abbia mai ritrattato, neanche davanti ai leoni o alla croce, è la prova psicologica più forte che quel “vuoto” fosse reale e colmo di significato.
Nascondere un cadavere è un atto criminale che genera paranoia e sospetto tra i complici. Quello che vediamo nei primi cristiani è l’esatto opposto: una gioia contagiosa e una trasparenza che ha travolto l’Impero romano in meno di tre secoli.
Anche lo storico Alessandro Barbero e l’ebreo Paolo Mieli non se la sentono di negare l’esistenza di Gesù, anzi… (si veda: https://www.youtube.com/watch?v=0a4rsvyj2vA).
Gesù non era di pelle scura
Posto il fatto che ai tempi in cui ha vissuto Gesù la Palestina e i territori attigui non erano stati ancora invasi e conquistati da islamici semiti, era molto più raro e difficile trovare persone dalla carnagione scura piuttosto che uomini dalla bianca carnagione. I caratteri etnici di Gesù li suggerisce la Bibbia.
«Alcuni eziandio de’ Gaditi si appartarono per ridursi appresso a Davide, nella fortezza nel deserto, uomini prodi nelle armi, e guerrieri, armati di rotelle e di scudi; e parevano leoni in faccia, e cavaioli in sui monti, in velocità» (1 Cronache 12,8).
Ecco come era fatto Davide:
«Egli era biondo, aveva de’ begli occhi e un bell’aspetto. E l’Eterno disse a Samuele: “Lèvati, ungilo, perché è desso”. Allora Samuele prese il corno dell’olio, e l’unse in mezzo ai suoi fratelli; e, da quel giorno in poi, lo spirito dell’Eterno investì Davide» (1 Samuele 16,12-13).
Gesù Cristo è la radice di Davide:
«Io, Gesù, son la Radice e la Progenie di Davide, la lucente stella mattutina» (Apocalisse 22,16).
«Nato dal seme di Davide secondo la carne, dichiarato Figliuolo di Dio con potenza secondo lo Spirito di santità mediante la sua risurrezione dai morti; cioè Gesù Cristo nostro Signore» (Romani 1,3-4).
«E uno degli anziani mi disse: Non piangere; ecco, il Leone che è della tribù di Giuda, la Radice di Davide, ha vinto per aprire il libro e i suoi sette sigilli» (Apocalisse 5,5).
Gli antichi israeliti cristiani (i cui superstiti migrarono soprattutto in Europa e America, e noi bianchi di varie nazioni, veri cristiani, siamo le dodici tribù dei veri antichi israeliti sparsi nella terra):
«I suoi principi erano più splendenti della neve, più bianchi del latte; avevano il corpo più vermiglio del corallo, il lor volto era uno zaffiro» (Lamentazioni 4,7).
Inoltre: Adam (Edom) in lingua ebraica significa “rosso” (sangue). Jafet significa “bello”, un appellativo che gli veniva attribuito per via dei capelli biondi e gli occhi chiari (di Albert Abou Abdallah, Roberto Sorgo, Religioni ieri e oggi: storia, idee, società, p. 24), figlio di Noè da cui discendono i popoli bianchi. Esaù, soprannominato Edom, ovvero “il rosso”. La Bibbia descrive Esaù dai capelli rossi. Re Davide «era fulvo (colore biondo tendente al rosso), con begli occhi e bello di aspetto» (Primo libro di Samuele); lo stesso libro aggiunge che Davide è anche discendente di Miriam, sorella di Mosè, pertanto Davide è anche danita.
Zorobabele deve aver avuto un ascendente particolare sulla casa regnante babilonese, abbastanza da sposare Amytis, la figlia di Awil-Marduk (figlio di Nabucodonosor II e di Nitokris, figlia a sua volta del faraone Necho II). Da Amytis Zorobabele ebbe un figlio, Shazrezzar, antenato della linea “Abiudita” in cui si innesta Giuseppe, padre di Gesù. Dallo stesso ramo emergeranno i “re-pescatori” di Francia, i Merovingi.
Zorobabele ebbe altre due mogli: la principessa persiana Rhodah (figlia di Gobryas, nipote a sua volta, per via materna, del re caldeo Nabopolassar II) e la principessa ebraica Esthra, sua cugina. Dalla prima ebbe Reza, antenato della linea “Rhesaita” che diede i natali a Giuseppe d’Arimatea e a Maria madre di Gesù. Rhodah sposò in seconde nozze il principe persiano Hystaspes (figlio di Arsames, figlio a sua volta del principe persiano Aria-Ramnes). Il loro figlio, Dario I, succedette a Cambise II sul trono di Persia.
La moglie di re Davide era ittita, così come riportato anche da Mariantoni (La memoria della realtà).
Genealogia secondo l’evangelista Luca (3,23-38): Gesù, quando incominciò il suo ministero, aveva circa trent’anni ed era figlio, come si credeva, di Giuseppe, figlio di Eli… fino ad Adamo, figlio di Dio.
Inoltre, Dio non si sarebbe potuto incarnare in un uomo nero a causa della maledizione di Noè, episodio raccontato nel Libro della Genesi (9,20-27), in cui Noè, risvegliatosi da un’ubriacatura dopo aver bevuto il vino della sua vigna, scaglia una maledizione non direttamente sul figlio Cam, ma su suo nipote Canaan (figlio di Cam), condannandolo a essere «servo dei servi» dei suoi fratelli.
A tal proposito, papa Pio IX nel 1873 approvò una preghiera e concesse un’indulgenza per la salvezza dell’Africa, legandola esplicitamente alla necessità di liberare i popoli africani dalla cosiddetta “maledizione di Cam”. Il titolo della preghiera è Oratio pro-conversione Nigrorum in Africa Centrali, la cui formula inizia con le parole: «Oremus et pro miserrimis Africae Centralis populis…». La preghiera, originariamente composta da san Daniele Comboni, fu inserita in vari messali e manuali devozionali dell’epoca.
Le religioni pagane hanno diversi punti in comune con la Bibbia
Perciò, se non esiste dipendenza, ma anzi specularità tra il politeismo e la Bibbia (monoteismo) in nessuno dei due sensi, perché le somiglianze? Sono convinto che esse siano dovute a una fonte comune: fanno parte cioè di un’unica tradizione, proveniente dal Medio Oriente e in modo particolare dalla Mesopotamia. A supporto del pensiero che ho maturato, Ira Maurice Price (The Monuments and the Old Testament, Philadelphia 1925), andando più indietro, parla di un’eredità condivisa da tutti gli uomini che risale a «un tempo quando la razza umana occupava una casa comune e aveva una fede comune». Le somiglianze, dunque, rappresenterebbero le vestigia di verità conosciute agli albori dell’umanità; di conseguenza le similitudini che si trovano nella Bibbia, Genesi e Enuma Elish, Atraḫasis, Adapa, i parallelismi tra l’epopea babilonese di Gilgamesh e l’Iliade.
Henri Hans Frankfort, a proposito della religione di Eshnunna del III millennio a.C., afferma: «In aggiunta ai loro più tangibili risultati, i nostri scavi hanno stabilito un fatto nuovo, che lo studioso delle religioni babilonesi dovrà d’ora in poi prendere in considerazione. Abbiamo ottenuto per la prima volta, per quanto ne sappiamo, materiale religioso che è completo nel suo contesto sociale. Possediamo una massa coerente di indizi, derivati in uguale misura da un tempio e dalle case abitate da quelli che adoravano in quel luogo di culto. Siamo in grado, quindi, di arrivare a conclusioni che i soli ritrovamenti non avrebbero permesso. Per esempio, scopriamo che le rappresentazioni sui sigilli cilindrici, che sono di solito associati a vari dèi, possono essere tutte armonizzate per formare un quadro coerente nel quale un singolo dio adorato in questo tempio costituisce la figura centrale. Sembra, quindi, che in questo periodo molto antico i suoi vari attributi non fossero considerati deità separate del pantheon sumero-accadico». Questa illuminante relazione spiega il modo in cui il politeismo si sarebbe sviluppato dal monoteismo e non viceversa.
Interessante, a proposito dello sviluppo verso una religione sempre più elaborata, è il fatto che sono i testi mediorientali più antichi ad avere maggiori affinità con la cosmogonia genesiaca. Dunque, non si pone un’evoluzione del concetto di Dio che vada da un miscuglio di animismo, totemismo e feticismo all’enoteismo, fino ad arrivare al monoteismo. Secondo questa veduta, viene prima il monoteismo e poi il politeismo. G. E. Wright, rilevando il grande contrasto fra gli dèi delle nazioni circonvicine e il Dio d’Israele, afferma: «Qui, dunque, ci troviamo di fronte a un Dio completamente diverso dagli dèi di tutta la religione naturale, culturale e filosofica. Nessuna forza o potenza nel mondo lo caratterizza più di un’altra, e si comprende sempre di più oggi che le prime identificazioni nell’Israele primitivo di un dio della montagna, di un dio della fertilità o di un dio della guerra, dai quali il “monoteismo etico” dei profeti si sarebbe evoluto gradatamente, non sono altro che invenzioni di dotta presunzione e immaginazione. È impossibile comprendere come il Dio d’Israele si sarebbe potuto evolvere lentamente dal politeismo».
La scoperta delle tavole a Tell-Mardikh (Ebla) nel 1975 fornisce una sorprendente conferma di una forma di monoteismo esistente molti secoli prima dell’era dei profeti. Le tavole risalgono al III millennio a.C. e, fra quelle rinvenute nella biblioteca reale, c’è l’inno al «Signore del Cielo e della Terra» già menzionato. L’inno contiene un parallelismo con Genesi 1,1-3 veramente interessante. Dice:
«Il Signore del cielo e della terra: Non c’era la terra, tu l’hai creata. Non c’era la luce del giorno, tu l’hai creata. Non avevi ancora fatto esistere la luce del sole: l’hai creata. Non hai fatto esistere (più) il caos!»
Nel suo commento all’inno, G. Pettinato chiede: «Chi è, infatti, il Signore del cielo e della terra? Non certo Dagan o Rasap o Sipish, ma Dio scritto a lettere maiuscole».
Monoteismo di Zoroastro e il libro sacro Avesta
Lo zoroastrismo e il cristianesimo condividono importanti concetti teologici ed escatologici, in particolare sul dualismo cosmico, la fine dei tempi e il giudizio universale. Principali similitudini:
Monoteismo etico: entrambe le religioni pongono al centro un unico Dio creatore supremo (Ahura Mazdā nello zoroastrismo, Dio Padre nel cristianesimo).
Dualismo e lotta spirituale: esiste una chiara contrapposizione tra il bene e il male, rappresentati da forze divine o spirituali (Angra Mainyu/Spenta Mainyu da un lato, Dio e Satana dall’altro).
Escatologia e fine dei tempi: prevedono una storia lineare che culmina in un giudizio finale, nella resurrezione dei corpi e nella sconfitta definitiva del male.
Concetto di paradiso e inferno: l’aldilà prevede una retribuzione morale delle azioni terrene, con la salvezza o la condanna eterna (o purificazione).
Figura del salvatore: lo zoroastrismo attende una figura salvifica futura (il Saoshyant), in modo analogo all’attesa cristiana del ritorno di Cristo (Parusia).
Parlare di “zoroastrismo” ha un senso se s’intende la riforma operata da Zoroastro nei riguardi della religione originaria, conosciuta come “mazdeismo” per il ruolo di assoluta preminenza svolto in essa da Ahura Mazdā; diventa invece fuorviante se s’intende la formulazione di una nuova religione. Per quanto riguarda l’influsso nella cultura greca di Zoroastro, ritenuto maestro di Pitagora e di Platone, esso fu notevole. I Greci considerarono Zoroastro come un “filosofo”, un sapiente, e identificarono la sua dottrina e la sua scuola con la sapienza dei Magi. Zoroastro fu ritenuto un conoscitore dei segreti del cosmo; Platone lo riteneva figlio della divinità suprema Ahura Mazdā. Rilevante fu anche l’influsso esercitato dalle dottrine iraniche sulla cultura del mondo romano.
Similitudini tra religione politeista nordica, romana e cristianesimo
Premesso che Odino-Wodan (divinità ritenuta estranea alla cultura e tradizione ariana, così come riportato nel libro Religiosità indoeuropea di Hans Günther, prefazione di Adriano Romualdi, medesima conclusione di Georges Dumézil) e Zeus sono esempi di intrighi e tradimenti, il Kalevala racconta la storia di Untamo e Kullervo in chiave ugrofinnica, la medesima storia di Romolo e Remo, storie che non diversificano da quella di Caino e Abele. Romolo uccide Remo e poi fonda Roma, la città del Diritto e della Legge. Caino uccide Abele ed è bandito. Vi è una differenza? Certo, ma leggiamo meglio il racconto biblico. Caino è bandito, ma è anche protetto da Dio che lo dichiara inviolabile. Non basta: «Caino si unì alla moglie che concepì e partorì Enoch; poi divenne costruttore di una città, che chiamò Enoch, dal nome del figlio». Costruttore di città? Come Romolo! Emerge una somiglianza insospettata col fondatore di Roma. E Romolo, a sua volta, non è un bandito a capo di una banda di dropouts, come erano i primi romani? E ancora, Caino generò discendenti, i quali furono Iabal «padre di quanti abitano sotto le tende presso il bestiame» (un pastore, come pastore era Romolo), Iubal «padre di tutti i suonatori di cetra e di flauto», mentre il fratellastro Tubalkàin fu «fabbro, padre di quanti lavorano il rame e il ferro». Insomma, Caino fu un civilizzatore e iniziatore delle arti meccaniche, della cultura tecnologica e di quella umanistica, tipica delle città.
Religione egizia e analogie cristiane
Gli antichi egizi, alle origini, erano monoteisti e adoravano il Neter-wa, ossia il Dio-Uno, che identificavano nel Sole o, più precisamente, credevano che il Sole fosse la “manifestazione” della Divinità, così come “manifestazioni divine” fossero molti fenomeni della natura. Soltanto in seguito, durante il lungo percorso della loro civiltà e il contatto con altre culture, quelle “manifestazioni” divennero dèi o Figli di Dio.
I canoni della “Genesi” egizia vennero fissati in un “Concilio”, nel Tempio di Ra ad On, la Heliopolis dei greci, prima ancora dell’epoca della costruzione delle Piramidi. In seguito, arrivarono nuove divinità e altre del passato si persero, o si potevano ancora incontrare solo nei famosi Testi delle Piramidi.
Notevoli somiglianze tra la religione egiziana e quella biblica. In ambedue la creazione è l’opera di un unico Dio, Rê (l’Aton della rivoluzione “monoteistica” di Amarna) o Ptah, la fonte di tutta l’esistenza; avviene dal nulla per fiat divino e l’uomo è creato a immagine della deità.
La civiltà tradizionale egizia inizia a produrre una formulazione cosmogonica articolata attorno al 3000 a.C. Per ricchezza di immagini, complessità e profondità di analisi, e collocazione temporale, è accumunabile alla tradizione vedica sviluppatasi in India. Inoltre, con tale tradizione possiamo trovare significativi parallelismi nella determinazione di un punto di origine non-origine: NU – BRAHMAN. Lo sviluppo della cosmogonia egiziana tradizionale non è rintracciabile in un unico centro, ma si sviluppa in forma di mosaico, con contributi successivi dettati dalle sensibilità di centri teocratici che si sono succeduti: Eliopoli, Menfi, Tebe. È interessante notare come ognuno di questi fulcri abbia posto l’attenzione su di un particolare momento della Creazione, identificandolo con una Divinità superiore.
Durante il regno di Akhenaton, il Faraone reintroduce il monoteismo in Egitto. Questo aspetto è fortemente influenzato dalla miriade di dèi egizi, ma va notato che in questa civiltà c’è sempre stato un Dio Supremo e Assoluto al di sopra di tutti gli dèi relativi. Questo unico Dio è molto presente nella cosmogonia e nella cosmologia egizia. In questo modo, potremmo considerare che l’Egitto sia sempre stato monoteistico. Per una migliore comprensione della questione, si può tracciare un parallelo con la religione cattolica, monoteista nella sua essenza, ma piena di entità santificate che, nell’immaginario popolare, acquisiscono una certa specializzazione (protettrici di animali, facilitatrici di matrimoni, responsabili del clima, ecc.).
Nota conclusiva sulla sorprendente somiglianza del Logos egizio e cattolico:
«Phat era il pensiero di Nu, fino a quando era in Nu: distinto da Nu, ma intrinseco a Nu stesso. Ma quando Phat, in virtù dell’azione dell’ogdoade, valicò i non-confini di Nu, divenne il Logos Ta-tenen, da cui ebbe origine il tutto. Il pensiero divenne parola: il pensiero di Nu, grazie al movimento delle quattro coppie, vibrò. Il logos diede origine allo spazio, la terra emersa nell’oceano di Nu. Ma la forza creativa di Ta-tenen non si esaurì, e in quanto flusso seminale dell’essere-non essere, diede vita ad Atum, il dio Sole di Eliopoli. Atum è il Demiurgo, colui che ha riempito lo spazio. È la seconda manifestazione eonica di Nu; Ta-tenen è la prima.»
«In principio era il Verbo e il Verbo era presso Dio e il Verbo era Dio. Questi era in principio presso Dio. Tutto è venuto ad essere per mezzo di Lui, e senza di Lui nulla è venuto ad essere di ciò che esiste. In Lui era la vita e la vita era la luce degli uomini e questa luce splende ancora nelle tenebre poiché le tenebre non riuscirono ad offuscarla» (Giovanni 1,1-5).
Chi erano gli ebrei? Analogie tra religione induista e biblica
Clearco di Soli, allievo di Aristotele, riportava le parole del maestro all’interno della sua opera Sul sonno: «… Questi ebrei sono derivati dai filosofi indiani; sono chiamati dagli indiani Calani» (Libro I, 22). Clearco di Soli ha scritto: «Gli ebrei discendono dai filosofi dell’India. In India i filosofi sono chiamati Calaniani e in Siria sono detti ebrei. Il nome della loro capitale è molto difficile da pronunciare. Si chiama Gerusalemme».
«Megastene fu mandato in India da Seleuco Nicator circa trecento anni prima di Cristo. I suoi racconti stanno trovando ogni giorno nuove conferme da nuove ricerche. Egli dice che gli ebrei “erano una tribù o setta indiana, chiamata Kalani…”» (Godfrey Higgins, Anacalypsis, vol. I, p. 400). Martin Haug, Ph.D., ha scritto in The Sacred Language, Writings, and Religions of the Parsis: «Si dice che i Magi chiamassero la loro religione Kesh-î-Ibrahim. Essi attribuivano i loro libri religiosi ad Abramo, che si diceva li avesse portati dal cielo» (p. 16).
Ci sono certe notevoli somiglianze, che sono più di pure coincidenze, fra il dio indù Brahma e la sua consorte Saraisvati e l’Abramo e Sara ebrei. Anche se in tutta l’India c’è soltanto un tempio dedicato a Brahma, questo culto è la terza setta più grande degli Indù. Il nome di Brahma era altamente rispettato in India e la sua influenza si espandeva, attraverso la Persia, sino alle terre bagnate dai fiumi Eufrate e Tigri. I Persiani adottarono Brahma e ne fecero una propria divinità. Successivamente avrebbero detto che il dio era arrivato dalla Bactria, una regione montagnosa situata a metà strada sul percorso verso l’India. La Bactria o Battriana (una regione dell’antico Afghanistan) era la sede di una primitiva nazione ebrea denominata Juhuda o Jaguda, ed anche Ur-Jaguda. Ur significava “il luogo” o “la città”. Di conseguenza, la Bibbia era corretta nel dichiarare che Abraham era venuto “da Ur dei Caldei”. “Caldeo”, più correttamente Kaul-Deva (santo Kaul), non era il nome di un’appartenenza etnica specifica, ma il titolo di un’antica casta sacerdotale indù di Bramani, che viveva nella zona ora compresa tra l’Afghanistan, il Pakistan e lo stato indiano del Kashmir.
«La tribù di Ioud o del Brahmino Abramo fu espulsa o lasciò il Maturea del regno di Oude in India e, stabilendosi a Goshen, o la casa del Sole o Heliopolis nell’Egitto, diede a quella località il nome del posto che aveva lasciato in India, Maturea» (Anacalypsis, vol. I, p. 405). «Egli era della religione o della setta della Persia e di Melchizedek» (Ibidem, Vol. I, p. 364). «I Persiani inoltre pretendono che Ibrahim, cioè Abraham, fosse il loro fondatore, così come gli Ebrei. Così vediamo che secondo tutta la storia antica i Persiani, gli Ebrei e gli Arabi sono discendenti di Abramo» (p. 85).
Nella mitologia indù, Sarai-Svati è sorella di Brahma. La Bibbia presenta due versioni della storia d’Abramo. Nella prima versione, Abramo ammise al Faraone di aver mentito quando gli aveva presentato Sara come sua sorella. Nella seconda versione, disse anche al re di Gerar che Sara era realmente sua sorella. Tuttavia, quando il re lo rimproverò per aver mentito, Abramo rivelò che Sara era in realtà sia sua moglie sia sua sorellastra: «… ma effettivamente è mia sorella; è stata generata da mio padre, ma non è figlia di mia madre; ed è diventata mia moglie» (Genesi 20,12).
Le anomalie non terminano qui. In India, un affluente del fiume Saraisvati è Ghaggar. Un altro affluente dello stesso fiume si chiama Hakra. Secondo le tradizioni ebree, Hagar era la serva di Sara; i musulmani dicono che era una principessa egiziana. Si notino le somiglianze di Ghaggar, Hakra e Hagar. La Bibbia afferma anche che Ishmael, il figlio di Hagar, ed i suoi discendenti vissero in India.
È un fatto interessante che i nomi d’Isacco e d’Ismaele derivino dal sanscrito: (ebreo) Ishaak = Ishakhu (sanscrito) = “amico di Shiva”; (ebreo) Ishmael = Ish-Mahal (sanscrito) = “grande Shiva”. Una terza mini-versione della storia d’Abramo lo trasforma in un altro “Noé”. Sappiamo che un’inondazione guidò Abramo dall’India. «… Così disse il Signore Dio d’Israele, i vostri padri abitavano anticamente dall’altro lato dell’inondazione, Even Terah, il padre d’Abramo e il padre di Nachor; ed hanno servito altri dei. Ed ho preso vostro padre Abramo dall’altro lato dell’inondazione e l’ho condotto per tutta la terra di Canaan» (Giosuè 24,2-3).
Verso il 1900 a.C., il culto di Brahm fu portato nel Medio e nel Prossimo Oriente da vari gruppi indiani, dopo una terribile pioggia e un terremoto che imperversarono sull’India del Nord, cambiando persino i corsi dei fiumi Saraisvati e Indo. Il geografo classico Strabone dice quanto l’abbandono dell’India nord-occidentale fosse stato quasi totale. «Aristobolo dice che, quando egli fu inviato in India per una certa missione, vide un paese di più di mille città, insieme ai villaggi, che erano stati abbandonati perché l’Indo aveva abbandonato il proprio letto naturale» (Strabone, Geografia, XV, I.19).
«L’essiccamento del Sarasvati intorno al 1900 a.C., che condusse ad uno spostamento importante della popolazione concentrata intorno al Sindhu e alle valli del Sarasvati, potrebbe essere l’evento che causò un’emigrazione verso ovest dall’India. Subito dopo quel tempo l’elemento indico comincia a comparire dappertutto in Asia occidentale, in Egitto e in Grecia» (Subhash Kak, Indic Ideas in the Graeco-Roman World).
Lo storico indiano Kuttikhat Purushothama Chon ritiene che Abramo fosse stato cacciato dall’India e dichiara che gli Ariani, incapaci di sconfiggere gli Asura (la casta mercantile che comandava un tempo nella valle dell’Indo, o Harappani), s’impegnarono per molti anni a combattere segretamente contro gli Asura, sino a distruggere il loro enorme sistema di laghi d’irrigazione, causando l’inondazione distruttiva, per cui Abramo e la sua famiglia se ne andarono e marciarono verso l’Asia Occidentale.
L’esodo dei rifugiati dall’antica India non avvenne in una sola ondata, ma lungo un periodo di mille anni o più. Se tutti quei profughi erano esclusivamente di origini indiane, perché mai la storia non ne fa menzione? Essi sono citati piuttosto come Kassiti, Hittiti, Siriani, Assiri, Hurriti, Aramei, Hyksos, Mitanni, Amaleciti, Etiopi (Atha-Yop), Fenici, Caldei, e con molti altri nomi. Tuttavia, saremmo in errore se pensassimo che si tratti di gruppi etnici indigeni dell’Asia Occidentale. I nostri libri di storia li chiamano anche “Indo-Europei” e suscitano l’interrogativo da dove essi realmente provenissero.
I popoli dell’India giunsero a indicare la propria identità sociale in termini come Varna e Jati (funzioni sociali o di casta), non in termini di razze e tribù. Ecco un esempio di come gli indiani antichi identificavano la gente: i capi erano denominati Khassi (Kassiti), Kushi (Kushiti), Cosacki (casta militare russa), Cesari (casta romana di comando), Hattiya (Hittiti), Cuthiti (una forma dialettica di Hittiti), Hurriti (un’altra forma dialettica di Hittiti), Cathay (capi cinesi), Kasheetl/Kashikeh fra gli Aztechi, Kashikhel/Kisheh dai Maya e Keshuah/Kush dagli Incas. Gli Assyrians (in inglese), Asirios (nello spagnolo), Asuras o Ashuras (India), Ashuriya, Asuriya (Sumeri e Babilonia), Asir (Arabia), Ahura (Persia), Suré nel Messico centrale, ecc., erano coloro che adoravano Surya (il Sole). Naturalmente, nelle zone dove questa religione è prevalsa, sono stati conosciuti come “Assiri”, qualunque fossero i nomi reali dei loro rispettivi regni d’origine.
Un altro problema che gli eruditi occidentali hanno nell’identificazione degli Indo-Europei con gli Indiani è che l’India non era allora e non è mai stata una nazione. Ancora di più, non era “l’India”. Era Bharata, e anche il termine Bharata non indica una nazione, ma una collezione di nazioni, proprio come l’Europa è una collezione di nazioni.
«Gli storici arabi discutono sul fatto che quel Brahma ed Abraham, il loro antenato, sia la stessa persona. I persiani hanno denominato generalmente Abraham Ibrahim Zeradust. Ciro considerava la religione degli ebrei la sua stessa. Gli Indù devono discendere da Abraham, o gli Israelites da Brahma…» (Anacalypsis, vol. I, p. 396).
Abramo corrisponde realmente con la divinità indù Ram?
Ram e Abramo furono forse la stessa persona o lo stesso clan. Per esempio, la sillaba “Ab” o “Ap” significa “padre” in kashmiri. Il termine ebreo primitivo potrebbe aver indicato Ram come “Ab-Ram” o “il padre Ram”. Si può anche pensare che la parola “Brahm” si sia evoluta da “Ab-Ram” e non viceversa. La parola kashmiri per “misericordia divina”, Raham, sembra derivata da Ram. Ab-Raham = “padre di misericordia divina”. Rakham = “misericordia divina” in ebraico. Ram è inoltre il termine ebraico per il capo o l’alto reggente. Lo storico indiano A. D. Pusalker ha detto che Ram visse verso il 1950 a.C., all’incirca all’epoca in cui Abramo, gli Indo-Ebrei e gli Ariani fecero la più grande espansione dall’India al Medio Oriente, dopo la grande inondazione.
Uno dei santuari nella Kaaba inoltre era dedicato al dio creatore degli Indù, Brahma, ma il profeta illetterato dell’Islam pensava che fosse dedicato ad Abramo. La parola “Abraham” è nient’altro che una cattiva pronuncia della parola Brahma. Ciò può essere dimostrato chiaramente se si studiano i significati della radice di entrambe le parole. Abraham sarebbe uno dei profeti semitici più anziani. Si suppone che il suo nome derivi dai due termini semitici ‘Ab’ che indica il Padre e ‘Raam/Raham’ che significa “dell’elevato”. Nel libro della Genesi, Abraham significa semplicemente ‘Moltitudine’. La parola Abraham è derivata dalla parola sanscrita Brahma. La radice di Brahma è Brah, che significa ‘crescere in numero o moltiplicarsi’. In più il Signore Brahma, il dio creatore dell’Induismo, sarebbe il padre di tutti gli uomini e il più elevato di tutti gli dèi, dato che da lui tutti gli esseri sono stati generati. Così veniamo ancora al significato di ‘padre elevato’. Questa è una chiara indicazione che Abraham non è altro che il padre celestiale Brama.
Diversi significati possono essere estratti dalla parola “Abram”, ciascuno dei quali indica direttamente la sua posizione elevata. Ab = “padre”; Hir o H’r = “testa; parte superiore; Elevato”; Am = “la gente”. Di conseguenza, Abhiram o Abh’ram può significare “il padre dell’elevato”. Eccone un altro: Ab-î-ram = “padre del misericordioso”. Ab significa anche “il serpente”, e potrebbe indicare che Ab-Ram (serpente elevato) era un re Naga. Tutti i significati che possono essere estratti dalla parola composta “Abraham” rivelano il destino divino dei suoi seguaci. Hiram di Tiro, stretto amico di Salomone, era “gente elevata” o Ahi-Ram (serpente elevato).
In India antica, il culto ariano era chiamato “Brahm-Aryan”. Gli Ariani adoravano molti dèi. Abraham si allontanò dal politeismo. Così facendo, potrebbe essere diventato “A-Brahm” (non più un Brahman). Gli Ariani chiamarono gli Asura “Ah-Brahm”. Di conseguenza, possiamo supporre logicamente che i padri della civiltà dell’Indo fossero probabilmente precursori degli ebrei.
Gerusalemme era una città degli Hittiti (casta indiana di tipo ereditario) ai tempi della morte d’Abramo. In Genesi 23,4, Abramo chiese agli Hittiti di Gerusalemme di vendergli un terreno per la sepoltura. Gli Hittiti risposero: «… tu sei un principe fra noi: scegli tra i nostri sepolcri dove vuoi seppellire i tuoi morti; nessuno di noi te lo negherà». Se Abramo era riverito come principe dagli Hittiti, doveva essere anche un membro stimato della casta ereditaria e guerriera dell’India. La Bibbia non ha mai affermato che Abramo non fosse un Hittita. Dice solo: «sono uno straniero e un ospite temporaneo tra voi» (Genesi 23,4). Come gli Hittiti hanno detto, essi riconoscevano addirittura Abramo come loro superiore.
Melchizedek era un re di Gerusalemme che possedeva poteri mistici e magici segreti. Era inoltre insegnante d’Abramo. Melik-Sadaksina era un gran principe indiano, un mago e un gigante spiritoso – il figlio d’un re dei Kassiti. In kashmiri e in sanscrito, Sadak = “una persona con poteri magici e soprannaturali”. Un certo Zadok (Sadak?) era anche un sacerdote con doti soprannaturali, che unse Salomone. Perché il Kassita (di casta reale) Melik-Sadaksina, un personaggio mitico indiano, compare improvvisamente a Gerusalemme come l’amico e la guida d’Abramo? Secondo Akshoy Kumar Mazumdar, nella storia indù, Brahm era il leader spirituale degli Ariani. Come Ariano (non di Yah), credeva naturalmente negli idoli. La Bibbia dice che persino li fabbricava. Nel vedere come l’aumentare del culto degli idoli e il dubbio religioso stavano contribuendo ad un’ulteriore rovina della sua gente, Brahm ripudiò l’Arianesimo e riabbracciò la filosofia indiana antica (di Yah) (culto dell’Universo Materiale) anche se quello pure stava affondando nelle malvagità umane. Si convinse che l’umanità si sarebbe potuta conservare soltanto occupandosi di cose reali, non immaginarie.
«L’Afghanistan del Nord era denominato Uttara Kuru ed era un grande centro d’apprendimento. Una donna andò là a studiare e ricevette il titolo di Vak, cioè Saraisvati (signora Sara). Si crede che Brahm, il suo insegnante (e fratellastro), fosse rimasto tanto impressionato dalla sua bellezza, formazione e intelletto potente, che la sposò» (The Hindu History, p. 48).
Dalla santa comunità nell’Afghanistan del sud, simili comunità si sparsero dappertutto: in tutta l’India, Nepal, Tailandia, Cina, Egitto, Siria, Italia, Filippine, Turchia, Persia, Grecia, Laos, Irak – persino nelle Americhe! La prova linguistica della presenza di Brahm in varie parti del mondo è più che evidente: Persiano: Braghman (santo); Latino: Bragmani (santo); Russo: Rachmany (santo); Rachmanya ucraino (sacerdote; Santo); Ebreo: Ram (capo supremo); Norvegese: From (Divinamente).
Nomi che innegabilmente derivano letteralmente da Rama si trovano nelle lingue dei Nativi americani, particolarmente le lingue di quelle tribù che si estendono dal sud-ovest degli Stati Uniti al Messico e sino nel Sudamerica, oltre il Perù. Gli indiani Tarahumara di Chihuahua sono un esempio ideale. Il loro nome reale è Ra-Ram-Uri. Come in Sumeria ed in India del Nord, Ra-Ram-Uri “Uri” = “la gente”. Poiché la R spagnola ha un suono particolare, questo “Uri” potrebbe anche essere Udi o Yuddhi, il nome sanscrito per “Guerriero; Conquistatore”. Molte tribù messicane ricordano che una razza straniera di Yuri invase una volta la loro parte del mondo. Il dio del sole dei Ra-Ram-Uri è Ono-Rúame. In kashmiri, Ana = “figlio favorito”; la dea della luna dei Ra-Ram-Uri, consorte di Ono-Rúame, è Eve-Ruame. In kashmir Hava = “Eva, o il principio femminile”. Un governatore dei Ra-Ram-Uri si chiamava Si-Riame. In sanscrito/kashmiri, Su-Rama = “Grande Rama”. Secondo le antiche leggende messicane, gli Yori appartenevano ad una tribù denominata Surem (Su-Ram?). Prima della conquista, il Messico centrale ed il sud-ovest degli Stati Uniti, sino al Colorado orientale, erano conosciuti come Suré. Suré = “Sole” in kashmiri. Il medico curatore o guida spirituale dei Tarahumara è un Owi-Ruame. In sanscrito, Oph = “speranza”. Il loro diavolo è denominato Repa-Bet-Eame. Kashmiri: Riphas (Comparsa) + Buth (Spirito maligno) + Yama (Angelo della morte). Molte altre sorprendenti corrispondenze con il kashmiri e il sanscrito compaiono nella lingua dei Ra-Ram-Uri. Il loro rapporto con l’antica Fenicia, la Sumeria e l’India del Nord è ovvio.
Il nostro Abramo era evidentemente un sacerdote, forse persino il fondatore del culto di Abu-Rahmu (Adamo ed Eva), che portò la sua religione monoteistica nell’Asia Occidentale. Benché lui e Sara fossero divinizzati in varie forme nella loro India natale, sono rimasti come esseri umani nel giudaismo.
In che periodo l’ebraismo prende forma così come si conosce?
L’ethnos ebraico, così come lo conosciamo da circa 2400 anni, si formerà a Gerusalemme, intorno al tempio di Yahweh, dopo il rientro da Babilonia (e si tratta delle sole tribù di Giuda e Beniamino, perché le altre dieci di Israele si sono disperse in altre etnie con la deportazione assira) a partire da Ciro II. Il popolo ebreo nasce dopo la riforma di Ezra. Ezra (Esdra 9-10) proclama il divieto dei matrimoni misti, cioè con donne straniere, per cui gli uomini di Gerusalemme sono invitati ad abbandonare le mogli straniere e i figli eventualmente avuti da esse, pena l’esclusione dalla comunità ebraica e l’olocausto dei beni.
“Tra il V e il XII secolo il popolo dei cazari domina un ampio territorio compreso tra il mar Nero e il mar Caspio. È una civiltà fiorente e un regno prospero, capace di presidiare una zona da sempre strategicamente cruciale come quella tra il Caucaso e il Volga, respingendo i nomadi delle steppe, convivendo con i cristiani del vicino impero bizantino e frenando l'espansionismo dei musulmani del califfato arabo (in uno sforzo che contribuì a impedire l'eventualità, all'epoca tutt'altro che remota, di una progressiva islamizzazione dell'Europa orientale). Intorno all'VIII secolo, all'apice delle fortune dell'impero, i cazari, originariamente di stirpe turca, abbandonano lo sciamanesimo per abbracciare la religione ebraica: una conversione avvolta dal mistero e in parte dimenticata che induce Arthur Koestler, sulle tracce della mitica tredicesima tribù d'Israele. In un affresco che rivela il passo narrativo del romanziere e una lucidità argomentativa frutto di un'ampia documentazione, il grande scrittore d'origine ungherese ripercorre la storia di quest'antica potenza orientale dagli albori alla resa finale di fronte alle orde mongoli che di Gengis Kahn calate dai confini cinesi agli inizi del XIII secolo; e porta così alla luce un'ipotesi di consapevole forza provocatoria che collega la migrazione dei cazari convertiti verso le terre polacche all'inizio dell'avventura degli ebrei in Europa orientale. Non è forse possibile, si chiede infatti l'autore, che consistenti nuclei di ebrei di origine turca, e non semitica, si siano trasferiti in Russia, Polonia, Lituania, dove in seguito si avrà la più forte concentrazione ebraica al mondo? «per quanto concerne i Cazari, essi trovano a nord delle terre abitate, vicino al settimo clima, e hanno su di sé la costellazione dell’Orsa Maggiore. Il loro territori o è freddo e umido. Quindi hanno carnagione bianca, occhi azzurri, capelli fluenti e prevalentemente rossastri».” (La tredicesima tribù – Arthur Koestler).
“La sua gente proviene dal figlio di Jafet, Togarom (con questo nome eponimo mitico è noto nella letteratura ebraico-antica l'antenato dei turchi, discendente di Noè). Costui aveva dieci figli Agijor (o Avijor o forse Ujor, la lettura delle lettere ebraiche qui è incerta), Turis, Avar (o Avaz), Ughin (o Uguz), Biz-l (le vocali brevi in ebraico non si scrivono e talvolta sono illeggibili), T-r-na, Hazar, Znur (o Janur), B-l-g-d (o B-l-g-r), Savir. Notiamo subito che alcuni nomi sono riconducibili a popoli della lega delle tribù cazare e che Giuseppe, con orgoglio, si proclama signore di tutti i Togarmiti, ossia non solo dei turcofoni Cazari, ma di tutti i turchi della regione.” (Mescekh, il paese degli ebrei dimenticati Aldo Marturano); (il re dei Khàzari, Yehudah ha-Lewi)
Conclusione
A conclusione di questo manoscritto, si può concordare su ciò che già aveva evidenziato lo studioso Oswald Wirth, ovvero che la “caduta” della Genesi biblica dell’uomo e la dottrina ciclica indù e greco-romana delle quattro età evidenziano che tanto più l’uomo si allontana da Dio, tanto più si corrompe, involve spiritualmente, materialmente, intellettualmente; la perdita dell’onniscienza e della vita eterna, degenerazione che ha fatto sì che smarrisse l’origine comune della religione degli uomini. Venuta sempre meno la verità originaria, ritrova residui del principio del bene nel marasma della deflagrazione delle fedi, ma tutte proiettano e portano con sé reminiscenze del punto d’origine, che inevitabilmente trovano equivalenze nella Bibbia cristiana monoteista, così come in origine tutte le religioni erano, così come in origine l’uomo era privo di malizia.
Dunque, mettendo insieme i puntini, le religioni non cristiane, alcune in apparenza ritenute anche in antitesi alla religione cristiana, ad occhi vispi e cuori colmi d’amore non sfugge che nella sostanza confermano la bontà e l’unicità della religione di Gesù, la fede cristiana cattolica «la via, la verità e la vita», così come riportato nel Vangelo di Giovanni (14,6).
Dedica
Dedico questo lavoro all’eterno amico Stefano Pietro Galli,
-Milano 24.05.1963 +Capo Caccia 20.09.2024;
Requiescant in Pace
Emilio Giuliana