
Il toponimo CALTANISSETTA sarebbe il risultato, secondo il Malaterra, della parola KALA’ T-EL: castello, rocca, fortezza posta su l’alto di un monte; e della parola NISA, derivato dall’arabo NAH’ -IS : donna, femmina, che, congiunto al primo importerebbe castello di donne.
Secondo il Punturo, invece il nome deriverebbe non dall’arabo ma dal greco XALATHOS, latino CALATHUS : paniere, o da CALTHA, che è la calendula officinalis di Linneo, perché di questa andava rivestita la vasta pianura che si estendeva dal castello di Pietrarossa a quella di Xiboli e di S. Spirito, ove crede essere stata l’antica Nissa, tanto celebrata nei miti dei poeti greci e latini, Omero e Ovidio. (Caltanissetta città da riscoprire, di Enzo Falzone e Salvatore Callari pag. 8)
Lo studioso Luigi Santagati, sostiene che i primi ad abitare nell'attuale luogo della città potrebbero essere stati i Bizantini, che nella seconda metà dell'VIII secolo avrebbero edificato il castello di Pietrarossa e l'annesso borgo che avrebbero chiamato Nissa dal possibile nome della città di provenienza degli stratioti fondatori della cittadina. Fondatori che nel 730, o più probabilmente durante il periodo iconoclasta tra il 730 e il 787, emigrarono dalla antica Nissa degli Ittiti, oggi Nevşehir, dall'omonima provincia in Anatolia centrale. (Luigi Santagati, Nuove considerazioni sulla fondazione di Caltanissetta, su storiapatriacaltanissetta.it, c, Anno III - N. 4 gennaio-Giugno 2009, pp. 138 e succ..)
«Caltanissetta o, secondo alcuni, Caltanisetta, è una parola composta di Calata e Nissetta. diminutivo di Nisa o Nissa.
Ritengono alcuni che al primitivo nome di Nissa siano stati gli Arabi ad aggiungere il prenome dì kalath (Kalath, in arabico idioma, significa castello antico eretto sul vertice di un monte, e così tutti i paesi, che i Saraceni fabbricarono sullo acuminate nostro montagne, ebbero il nome di kalath, al quale ne aggiungevano un altro, o dal fondatore, o da qualche distinto personaggio, o da ciò che il capriccio o le circostanze potean loro suggerire: tali furono Calatanissa o Caltanisetta, kalataierone, kalatafimi, e molti altri che esistono tuttavia. Scordia. Degli Arabi in Sicilia), per esprimere, secondo loro, di essere ella situala fra le montagne, titolo, che vediamo attribuito a non pochi altri luoghi delia Sicilia, quali Calata-biano, Calata-girone, Calata-bellotta. Calata-vuturo, Calata-scibetta ed altri.
Se questo fosse stato il costume degli Arabi, la maggior parte di tutte le antiche città dell’Isola avrebbero dovuto avere il prenome di kalath, (Calata) che, in lingua italiana
esprime la scesa, la china di un luogo e, in termine marinaresco, significa pendio di terreno per arrivare all’acqua.
Ma questo aggiunto prenome, l’essere stato ristretto a pochi luoghi, ci fa sicuri, secondo noi, che altre siano state le ragioni per attribuirlo ai medesimi e ci inclina a condividere l'opinione di coloro che nel Kal-at degli Arabi leggono castello.
Vi ha altri che deducono la parola Calata dai calacta, che nel nostro idioma significa bel lido, e si dava a quei luoghi sorprendenti per la fertilità delle pianure innaffiate da limpidissimi ruscelli, circondati da giogaie di colline e monti ubertosi, di clima salutifero, ecc.
Se Kal-at fosse stata un’aggiunta propria degli Arabi, non leggeremmo nella storia dell’antica Sicilia la città di Calacta, fabbricata da Ducezio, 453 anni prima di Gesù Cristo, vicino al fiume Aleso, oggi detto il nume di Pettineo, nel lato settentrionale dell’Isola, la quale, al dir di Cicerone, era situata presso Amystrato, oggi Mistretta, e dei ricercatori d'antichità nella spiaggia di Caronia.
Non è nel Calata, pendio, discesa, montagna, che dobbiamo trovare la ragione dell’aggiunto prenome a Nissa, quando si sa che essa al tempo del dominio saracenico e normanno era situata nella vasta pianura, che si frapponeva tra il Castello di Pietrarossa e la contrada di Zibli e Santo Spirito, ma è nel χάλαθος dei Greci, nel calathus e nel caltha dei latini, in cui bisogna trovare l’origine.
Non è da dimenticarsi fin da ora, per le ragioni che avanti dimostreremo, che il calathus era un canestro da lavoro per donna intessuto per lo più di giunchi e di vetrici (i giunchi o i vetrici nascono e ripullulano in grande quantità nel fiume Imera.), come il caltha è la calendula officinalis del Linneo, che è un fiore di colore giallo.
Il calathus serviva pure agli operai per riporvi le lane, ed era consacrato specialmente a Minerva, che reputavasi inventrice delle arti e dei lavori dell'ago, come dire Virgilio…Calathisve Minervae femineas assueta manus (Eneide, Lib. VII, v. 869).
Nelle arti del disegno di calathus è uno degli attributi ordinari di Proserpina, che portava sulla testa, e rammenta quello che la dea portava seco, allorché fu rapita da Plutone.
or se noi mettiamo in rapporto, conte diremo avanti, che Proserpina fu rapita da Plutone nell’amena pianura di Nisa, mentre raccoglieva dei fiori tra i quali i calthas, e il poneva nel paniere (calathus) :
« dunque, puellari Studio calathosve sinunque implet (Ovidio – Metamorfosi, libro V, Favola V.)» ... Haee implet calathos e vimine nexos (Ovidio – Fasti, lib. IV.); opiniamo che l’aggiunta di Calta più che all’arabo debba riferirsi al greco χάλαθος e al latino calathus.
Le alterazioni del nome di NlSSA
D’altronde gli Arabi, conquistando la Sicilia, la nostra Nissa chiamarono Kastra-Nissa e non Calata-Nissa.
Fu Malaterra Goffredo, che compose le sue storie per ordine dei re Normanni, che nello affermare di essersi il Gran Conte Ruggiero reso padrone di Caltanissetta, la chiamò Calata- Nissa. «Finitima castra incursionibus iacessens (Rogerius)
«ad deditionem cogit unde et usque ad undecima evo brevi subjugata sibi alligat, quorum ista sunt nomina: Platono, Missor, Castaiel, Satuti, Racul, Bifar, Muciofe, Garo, Calatenissa.»
Da qui, particolarmente dalla dominazione di re Ruggiero I° comincia l’alterazione del nome della antica Nissa. Difatti, nello Itinerario Arabo di Scherif-Clidris, dicesi Calatenesat ; in una Bolla di Papa Eugenio III del 24 febbraio del 1150, Calatanisseth ; il sinerono Ugone Falcando l'appella Calatanixettum: Saba Malaspina la dice: Calataniset; « Inter famosas sane terras, et fortes et utiles quas Conradus Capueii subiegìt dominio Conradini sunt istae praecipue : Agrigentum, Terranova, Licata. Narum, Calataniset, Nicosia, Catania, Augusta, Castro-Ioannis, Centurbium, et ultimo loco Leontinum».
Domenico Mario Nigro la chiama Calataniceto; De Neo castro la dice Calatanixecta; «Tertia vero die post conflietum habitum Agrigentum. CALATANIXETTA, etc…non visis aquilis redeunt ad nomen et dominium Conradini.»
Il Maurolico la dice Calatanissett; «His aetis (Rogerius); « duodecim castella eoepit, in quibus CALATANISETTA etc..» d'onde poi l’odierno nome di CALTANISSETTA.
I discordi giudizii sulle origini di CALTANISSETTA
A causa di codeste alterazioni, mantenutesi per lo spazio di un millennio, si è perduto di vista il nome della antica NISSA, d'onde una serie ili disparati giudizi per stabilire l’origine di Caltanissetta e il sito della Nisa o Nissa.
Domenico Mario Nigro si avvisa essere stata Caltanissetta antica abitazione dei Ciclopi, riportandosi così all’epoca preistorica; - « Hodie CALTANICETO dietur, quam quidem, et eam insulae partem Cyelopes dicunt tenuisse (Dom. Mar. Niger. – Geograph. Comm. VII, pag. 334)
Altri trova l'allusione alla abitazione dei Giganti nello antichissimo stemma della città di Caltanissetta, che è una aquila bicipite, avente due corone, l’una sulle due teste, e l’altra attorno al collo, dalle ali distese, dagli artigli aperti, che tengono un nastro, sotto al quale stanno due cornucopie, e avente nel seno una fortezza in campo rosso con tre torri merlate d’oro, caricata la prima torre di una testa coronala di gigante di profilo, e l’altra da un braccio con una spada (lo stemma che in atto adopera il Municipio, non è esatto; esso ne è una parte. Lo stemma completo si osserva tuttavia, scolpito in marmo, sovra il piè dritto a destra a valle del Ponte di Capodarso e nella piramide, che s’inalza sul bevaio di San Francesco).
Il Ronzi (ANGELO RONZI — Delle origini di Caltanissetta — Bozzetto.) non discute questa induzione che, secondo lui, condurrebbe all’età del ferro, e, andando molto più innanzi, propone a sé stesso alcune interrogazioni, cioè : « Prima dei Ciclopi, quali furono gli abitanti di questa terra ? o a dir meglio chi fui sono i progenitori dei Ciclopi ? Quali costumi avevano ? Era o non era abitata prima di loro « questa terra ?» alle sue domande non trova: « altra risposta fuorché nelle favole e nelle tradizioni, esaminate sui « criterii del probabile. »
Il nostro canonico Michele Segneri (MICHELE SEGNERI — Storia inedita di Caltanissetta) non ammette l’opinione del Nigro, essendo favolosa l’esistenza dei Ciclopi; ammette invece che Caltanissetta sia stata abitata dai Giganti, sol perché la loro esistenza è certa, egli dice, per l’autorità della divina Scrittura ( Genesi. cap. 1 ; Deuteronomio, cap. 2 e 3 ; Sapìentia, cap. 14). e per la testimonianza del Fazello
che, nella Decad. I, lib. I, riferisce il ritrovamento di un Gigante vicino Caltanissetta nel 1546 e si associa all’opinione del p. Calmet ( Dissertazione dei Giganti) sulla esistenza di questi uomini di estraordinaria grandezza, confermata coll’autorità di moltissimi Padri della Chiesa, di innumerevoli Autorità sacre e profane e di migliaia di fatti accaduti in molte parti del mondo, e aggiunge : « a questa dimora degli antichi Giganti in Caltanissetta sembra alludere quella faccia di Gigante incisa nello stemma della nostra Città. »
Tommaso Fazello, Rocco Pirro e Vito Amico ritengono Caltanissetta un Castello Saracenico: « Calatanixecta, così « l’Amico, oppidum copiosum et opulentum post flumen Salsum ad dexteram illius ripam in collibus sedet ad austrum, hibernumque occasum, aquilae expansis alis formam pene « exprimens, nullique alteri ex mediterraneis, amplitudine, et incolarum numero decedens Saracenicae originis passim creditur etc »
Mariano Scasso e Borrello nella Descrizione Geografica del Regno di Sicilia, dice che in Caltanissetta fu Petiliana, però stampando il volume Terzo non lascia di dire nella Prefazione che : « l’impazienza che si palesò di vedersi tantosto pubblicata la Descrizione Geografica produsse al quanti abbagli che qui è giusto correggere, » e, parlando di Caltanissetta, torna a dire : « Caltanissetta è una delle più grandi e più popolose città dentro terra nella Sicilia. L’attuale suo nome, sebbene sia saracenico, kastra Nissa (Cod. Arab.), non si dubita che essa abbia un’antica origine e che forse nacque dalla vetustissima Nissa, assai vicina a Petiliana, rammentata nell’Itinerario di Antonino (Storia generale di Sicilia del signor De Burigny, tradotta dal francese, illustrata con note. Addizioni, Tavole Cronologiche e continuata fino ai nostri giorni (1787) dal signor Mariano Scasso e Borrello. Vol. III.).
Gabriele Lancellotto, principe di Torremuzza attribuisce l’origine di Caltanissetta alle colonie doriche venute in Sicilia e alla pagina XXV dei Prolegomeni (GABRIELE LANCELLOTTO — Sicil. Insul. objacen. Veter. Inscript.) scrive: < Sunt aliae praeterea veteres Siciliae civitates, de quarum graecis primordiis, quamvis nullae apud scriptores extent memoriae, ex earum vero monumentis dorica ea fuisse omnino firmaudum est : harum una fuit Nisa, euius dorica extat inseriptio in qua legitur : Ο ΔΑΜΟΣ ΤΙΣ ΝΙΣΙΣ….»
Cotesta opinione condividono Ezechiele Spanheim, gli Editori degli Opuscoli Siciliani, il De Cosmi, Arcadio Catena e il nostro barone Camillo Genovese, che nella Storia Generale di Caltanissetta, scrive : « Quantunque l’origine di Caltanissetta possa attribuirsi alle colonie doriche venute in Sicilia, non si può però stabilire l’anno preciso del suo principio.
Il nostro Luciano Aurelio Barrile attribuisce a Nicia la fondazione di Caltanissetta. Egli scrive : « Fu ella fabbricata, al riferir di Cristofaro Scannello, da Nicia, capitano dei Cartaginesi, allorquando portò egli l’assedio a Siracusa nell'anno II dell’OIimpiade XCI, 406 anni prima della venuta al mondo del divino Redentore, fu quindi dal nome di quel condottiero denominata Castra Niciae ed in volgare idioma Nissa, che poi nel corrotto vocabolo di Caltanissetta venne a ridursi (LUCIANO AURELIO BARRILE. Caltanissetta città dell'Isola e Regno di Sicilia nella Valle di Mozzava. V. Ragioni della città di Caltanissetta per la reintegrazione al Sacro Regio Demanio del regno di Sicilia.). » (Tratto dal libro L’Antica Nisa o Nissa di Biagio Punturo)
>>Interessanti considerazioni, in qualche modo legati al Caucaso ed alle vedute archeologico-esoteriche dell’élite iniziatica nazista, ci fornisce un recente studio di Antonio Manetti basato sull’acquisizioni dello studioso russo Vadimir Shcherbakov. Parlando, tra le altre, di popolazioni antichissime come i “Narti” – eroi della tradizione caucasica- , i “Parti” , gli “Arsacili” e gli “Osseti”, popolo indoeuropeo di ceppo iranico discendente dagli antichi ”Sciti”, Manetti:
«Ed è a questo punto che Shcherbakov arrivò alla sua scoperta: confrontando la descrizione degli edifici di Asgard riportata nei testi scandinavi con la descrizione dei resti di Nisa Antica e Nisa Nuova, le due cittadelle di Nisa, in Turkmenistan, egli si rese conto che le descrizioni coincidevano! Asgard era esistita realmente, nel I° millennio a.C. ed era stata il centro spirituale del più forte e vasto Stato dell’Oriente. Era un immenso monumento funebre, un luogo di adorazione degli antichi re, una città di templi e mausolei. Il Walhalla, il palazzo dove Odino banchettava con gli eroi caduti in battaglia, era esistito veramente, ma di esso ora restano soltanto le fondamenta. Era un’enorme costruzione quadrata, contenente la grande “Sala Rotonda” (o “Tempio Rotondo”). È una grande sala circolare di 17 metri di diametro a due ordini: nell’ordine superiore, fra le colonne, erano disposte dodici statue di argilla dipinte e rappresentavano i dodici Asi capeggiati da Odino. Alla Sala Rotonda era collegata la “Sala Quadrata”, con una superficie di 400 m2 e un’altezza di 9 m, anch’essa adornata da statue di argilla dipinte. A sua volta, era suddivisa in dodici stanze, ognuna delle quali custodiva tesori e opere d’arte: ognuna di queste stanze, secondo Shcherbakov, era dedicata a uno degli Asi. Il grande spiazzo del santuario di Mansurdepe, non lontano da Nisa, era il Campo di Idavell, il luogo dove si svolgevano i giochi sacri degli Asi, che hanno lasciato forti tracce nelle tradizioni dei popoli del Caucaso. In questo stadio sono state trovate delle palle di gesso, usate nei giochi, descritti dagli Osseti nel ciclo mitologico dedicato ai “Narti”.
Un secondo stadio, del tutto simile, è stato rinvenuto dentro Nisa stessa: anche qui sono state trovate delle palle di gesso. Asgard era però molto di più della città di Nisa: era tutta la Parthia, venerata come una terra sacra da molti popoli dell’Oriente antico e, soprattutto, da quelli del Caucaso, attraverso i cui territori (..) era passata l’ondata migratoria degli Asi e dei Vani diretti verso le loro nuove sedi. Sulle monete partiche dell’antica Asgard vediamo raffigurate vergini alate e l’Albero della Vita: cioè, rispettivamente, le Valchirie e il sacro frassino Yggdrasil, a cui era rimasto appeso per nove giorni Odino quando si era offerto da solo in sacrificio per ottenere il dono delle magiche rune»1098.
Asgard non sarebbe stato un luogo sacro solo per i popoli che abitavano ad ovest di essa, ma anche per coloro che dimoravano ad est che la adoravano con un nome modificato: Agarti.
Afferma nel suo lavoro mai tradotto Shcherbakov, come riferisce Manetti:
«Shambala è la terra dei segreti, degli dèi viventi, delle conoscenze e della sapienza. Il suo centro principale è Agarti. [...] Nella lingua delle persone che popolarono l’antico Iran, e che poi arrivarono in India, il suono ‘z’, e addirittura il suono ‘s’, si trasformavano nel suono più sordo g’ oppure ‘kh’ [...]. Agarti è Azarti, la città della luce, ovvero Asgard». (Il gioco delle ombre primo volume pagg. 703-704-705 di Alessandro De Felice).<<
sotto, tre oinochoai (brocche da vino) a collo trilobato, provenienti dal centro vicanico di Sabucina, databili tra VIII e VII sec. a.C., decorati con Svastica (radiante, avente i bracci volti a destra) sul campo metopale; a destra, sinossi della decorazione vascolare, comprendente anche la tematica geometrica ed una interessantissima teoria di serpi visualizzata a meandro (simbolo di bipolarità, dunque di ciclicità). Museo Civico di Caltanissetta
Emilio Giuliana
