ordine planetario teorizzato da Halford John Mackinder
(1861-1947) geografo britannico comunemente ritenuto il fondatore della geopolitica, che classicamente oppone il potere marittimo (talassocratico) a quello terrestre, la terra al mare.
Studente di Oxford entrò presto a far parte del Kindergarten di Lord Milner che riuniva accademici di quella Università attorno all’idea di una federazione mondiale di nazioni sotto l’alta ispirazione anglosassone.
Diventato professore di geografia ad Oxford, Mackinder, che nel frattempo veniva cooptato nelle file di una società superiore dell’area del Potere, la Fabian Society, nel 1904 assumeva la direzione della celebre London School of Economics fucina di quadri socialisti istituita nel 1894 coi fondi di un facoltoso banchiere israelita, sir Ernest Cassel -, carica che mantenne fino al 1908.
Mackinder era presente nel 1919 alla fondazione del celebre Istituto Affari Internazionali britannico (RIIA), nato nei corridoi di Versailles come influente “Centro studi” di irradiazione del Rute Britannici, a banco di figure come Lord Albert Grey, membro della Gran Loggia di Inghilterra, della Pilgrims’ Society e della Labian Society, o come Herbert G. Wells, autore della Guerra dei mondi e di scritti stranamente profetici come La forma delle cose a venire – L’ultima rivoluzione, figura di spicco dei servizi segreti britannici, della società magica della Golden Dawn (cui apparteneva pure il famoso mago nero Aleister Crowley) e autorevole portavoce della Labian Society. Nel 1928 Wells fu autore di un libro apertamente programmatico nel senso del mondialismo anglosassone dall’eloquente titolo The Open Conspiracy.
Mackinder fu dunque ammesso nel 1886 nelle fila della massonicissima Royal Geographical Society, dove di fronte a politici, ad uomini di affari, accademici, alti funzionari delle forze armate e amministratori delle Colonie britanniche, gli venne offerta la possibilità di illustrare e sviluppare la sua concezione geografica del mondo sfociata nella famosa visione globale di due potenze in lotta per l’egemonia, l’una marittima – la Gran Bretagna – e l’altra continentale, l’Impero zarista. Non ci soffermeremo sulla sua suddivisione dei blocchi continentali e delle aree marittime – peraltro soggetti a variazione fra il 1904 e il 1943 in rapporto alla realtà contingente -, limitandoci a segnalare che Europa e l’Asia venivano da lui considerati alla stregua di un unico continente, denominato Eurasia.
L’essenza del suo pensiero era la seguente: poiché il mondo anglosassone è proiettato sul mare, ed esercita un potere essenzialmente talassocratico quasi assoluto, un possibile concorrente può essere rappresentato unicamente
da una grande potenza continentale.
Questa potenza era la Russia che nel 1904, quando Mackinder elaborava queste teorie, si estendeva ormai dai confini degli Imperi tedeschi a Vladivostok occupando una regione che Mackinder stimava del massimo interesse, cruciale per lo sviluppo del mondialismo anglosassone e in genere per chiunque intendesse puntare alla supremazia planetaria. Nel suo disegno essa costituiva la regione-cardine della politica mondiale, il cuore geopolitico del mondo, che chiamò appunto Heartland.
“L’Heartland è la più grande fortezza naturale della terra”, scriveva Mackinder. Essa appariva inespugnabile ad una potenza solo marittima, protetta com’era da ostacoli naturali e da estese pianure coperte da fitte foreste. Era la cosiddetta “mezzaluna interna”, formata dall’arido deserto del Gobi, dal Tibet e dalle grandi catene di montagne che a mezzogiorno la circondavano a partire dal Caucaso. Al di là di questi ostacoli naturali si estendeva una fascia di grandi Paesi, Turchia, Iran, India e Cina. A nord l’Heartland era circondato da un oceano difficilmente praticabile, da mari impenetrabili e da immensi litorali (Coastland). La fortezza presentava un solo lato debole, a occidente: un accesso non protetto da ostacoli naturali che si estendeva fra il Baltico e il Mar Nero, via privilegiata attraverso i secoli di invasioni nei due sensi di ogni sorta.
Sulla scorta di questi dati geografici, Mackinder sosteneva che chi fosse riuscito ad impadronirsi dell’Est europeo avrebbe goduto di una posizione di vantaggio nel controllo del’ Heartland, e quindi dell’Eurasia che egli definiva World Island, l’Isola-Mondo.
La fortezza poteva senz’altro considerarsi tale se rapportata alla tecnologia militare dei tempi di Mackinder, già meno in un’epoca come l’attuale nella quale il potere aereo ha dato saggi di terribile efficacia e dove i missili intercontinentali possono colpire nel giro di mezz’ora un continente lontanissimo. Resta tuttavia il fatto che l’immensità dello spazio territoriale rappresenta una difesa
assai efficace rispetto ad un attacco portato dall’esterno con truppe di terra, e ben più se esso fosse diretto dal mare. In Kosovo e in Iraq ciascuno ha potuto constatare come il potere aereo riesca a travolgere e schiantare difese e strutture di ogni sorta, ma anche come il consolidamento del vantaggio ottenuto possa avvenire solo mediante truppe di invasione che attuino l’occupazione del territorio.
LA VISIONE STRATEGICA DI MACKINDER
Caposaldo irrinunciabile della visione strategica di Mackinder era impedire ad ogni costo che l’Heartland si espandesse verso i mari e gli oceani, perché ciò avrebbe costituito una minaccia mortale alla supremazia talassocratica anglosassone. Indispensabile quindi unire alla supremazia assoluta sui mari il controllo del primo cerchio che circondava l’Heartland, vale a dire soprattutto l’Europa occidentale che presidiava il lato debole della “fortezza”, ma anche il Medio Oriente, l’Asia meridionale e quella orientale – una fascia di Paesi che avrebbero assunto il nome di Rimland – giovandosi a tale scopo di fidi alleati.
In questa visione il secondo cerchio, più esterno, era costituito dal Giappone, dalla stessa Gran Bretagna, dagli Stati Uniti con il Canada, dall’Australia con la Nuova Zelanda e dal Sud Africa.
Secondo Mackinder la temuta espansione verso i mari sarebbe potuta verificarsi o in conseguenza di un’alleanza russo-tedesca o di un’alleanza cino-giapponese, quest’ultima però resa possibile soltanto nell’ipotesi che Cina e Giappone collegati avessero sopraffatto l’Impero russo. La potenza che ne sarebbe scaturita sarebbe stata in ogni caso suprema sia sul mare che sulla terraferma.
Si comprende allora meglio l’inesausto tentativo britannico di ostacolare con ogni mezzo qualsiasi tentativo di avvicinamento della Russia all’Europa e viceversa, ricercando con metodicità ogni espediente per indebolire la Russia e arrestarne lo sviluppo: e qui salta fuori la Rivoluzione bolscevica del 1917 che, col suo coatto collettivismo, avrebbe dovuto soffocare ogni iniziativa mirante a modernizzare quel grande Paese.
Nel 1919 Mackinder, dignitario della Camera dei Comuni fin dal 1910, venne nominato dal Segretario agli Esteri, il Pilgrims Lord Curzon, Alto Commissario britannico per la Russia meridionale, incaricato di mantenere i rapporti con i Bianchi. Era grande infatti in quel periodo il timore che i bolscevichi consolidassero il loro controllo sulla Russia, riavviandone, sia pure in forma elementare, lo sviluppo agricolo e industriale, ma soprattutto quelle reti di comunicazione ferroviarie e stradali che con il Conte Witte avevano ricevuto un fortissimo impulso (Transiberiana, 1891-1904) e che, come i britannici correttamente valutavano, avrebbero permesso lo sfruttamento delle enormi ricchezze di quella terra gettando le basi di una grande potenza. Se i bolscevichi avessero imboccato la strada dello sviluppo economico sarebbe venuto meno uno degli scopi della rivoluzione, vale a dire quello di porre una battuta di arresto allo sviluppo dell’Impero russo.
Secondo punto irrinunciabile nella visione di Mackinder – speculare al primo – era impedire qualsiasi avvicinamento fra Russia e Germania, ivi incluse le rispettive aree di influenza, che avrebbe potuto condurre all’unione della “Isola- Mondo”, dando luogo ad un Super-Stato allargato a vasti territori con enormi risorse. In più, affacciandosi sul mar Baltico e sul mare Adriatico, questo Stato, già dotato di
un’insuperabile capacità di difesa territoriale, sarebbe stato in grado di allestire una potente flotta in grado di contrastare con successo quella anglosassone.
La soluzione prospettata da Mackinder per impedire ogni riavvicinamento fra Germania e Russia consisteva in “un ampio cuneo di stati indipendenti fra la Germania e la Russia”. “Tale cuneo – scriveva Mackinder – dovrà avere accesso all’oceano ed essere sostenuto dalle «nazioni esterne»”, cioè Gran Bretagna e Stati Uniti, onde evitare un vuoto di potere che avrebbe potuto essere tosto riempito dalla Russia o dalla Germania.
Elemento chiave di questa strategia di divisione era il blocco dell’arteria danubiana, che permetteva ai tedeschi l’accesso al mar Nero e quindi al Medio Oriente. Fu questa una delle ragioni per cui, all’indomani del trattato di Versailles, l’area danubiana venne frazionata da britannici e francesi in piccoli stati, mentre la Romania venne ingrandita e potenziata onde esercitare per conto dei vincitori il controllo del delta del grande fiume con la Serbia proiettata verso Dalmazia e Croazia in modo da sbarrare ogni accesso da est all’Adriatico.
Nello stesso alveo si colloca la famosa “Questione d’Oriente” sorta fra il 1904 e il 1915, che prese forma nell’alleanza fra gli Hohenzollern e l’Impero Ottomano, dopo i falliti tentativi di fine Ottocento di far decollare la costruzione della ferrovia Berlino-Baghdad – fortemente voluta da entrambe le parti e finanziata da un consorzio di industriali e banchieri tedeschi guidati dalla Deutsche Bank, – e altre linee di comunicazione nel tentativo di dotare l’Europa di un collegamento veloce ed economico col subcontinente indiano. Questa rete di comunicazioni avrebbe permesso di far gravitare il Medio Oriente sugli Imperi tedeschi.
E nel 1912, infatti, che l’industria tedesca ebbe ben chiaro il ruolo strategico futuro del petrolio nell’economia delle nazioni sviluppate, soprattutto nel campo dei trasporti e della propulsione delle navi. Nello stesso tempo le prospezioni condotte dai geologi tedeschi portavano alla scoperta di immensi giacimenti di petrolio fra Mosul e Baghdad, proprio dove sarebbe dovuta passare la progettata ferrovia mesopotamica. Giova anche ricordare la situazione del commercio petrolifero tedesco, per il 91 % controllato dalla Standard OH dei Rockefeller e solo il rimanente dalla Deutsche Bank. Nell’ottica di svincolarsi dal pesante monopolio americano, la Germania nello stesso 1912 era riuscita attraverso la Deutsche Bank ad ottenere dall’Impero Ottomano il diritto di sfruttamento di tutto il petrolio e dei minerali del sottosuolo che fosse riuscita ad estrarre entro una fascia di 20 km per ciascun lato della progettata ferrovia.
Di tutta evidenza la prospettiva della strategia britannica diretta a contrastare con ogni mezzo un disegno che avrebbe conferito alla Germania oltre all’indipendenza energetica, la possibilità di trasferire rapidamente truppe nel teatro mediorientale, ma soprattutto l’accesso diretto alle linee commerciali dell’Oceano Indiano, fino ad allora monopolio esclusivo britannico.
La costruenda ferrovia avrebbe dovuto svilupparsi attraverso l’Impero austro-ungarico, la Bulgaria, l’Anatolia per entrare quindi da nord in Iraq, a Mosul, puntando quindi a sud verso Baghdad. Osservando una carta del tempo si nota che solo una striscia di territorio interrompeva la continuità di questo percorso, ed essa era la Serbia, il cui attraversamento avrebbe altresì permesso l’accesso a porti strategici come Salonicco e Costantinopoli, anch’essi sotto attento controllo britannico. Non è quindi un caso che la Serbia fosse diventata il caposaldo di tutta la dottrina strategica britannica di sabotaggio del piano tedesco e ciò spiega l’enorme instabilità dei Balcani in quel periodo, inclusa la guerra turca del 1911 e quella guerra bulgara del 1912. Ci penserà poi la Prima guerra mondiale a far crollare gli Imperi ottomano e tedesco e con essi i sogni del Kaiser di accesso ai mari caldi dell’Oriente.
Il pensiero di Mackinder venne sistematizzato nella sua opera principale Democrats Ideais and Reality: A Study in thè Politics of Reconstruction (Ideali democratici e realtà: uno studio di politica della
ricostruzione), un testo apparso nel 1919 che riprendeva, perfezionandole, le tesi che egli aveva sviluppato e illustrato quindici anni prima, il 25 gennaio 1904, di fronte alla Royal Geographical Society intorno al tema II cardine geografico della Storia”.
Superfluo rilevare come Mackinder fosse portavoce delle risoluzioni e dei piani che in quegli anni venivano messi a punto nelle logge e nei ristretti cenacoli delle società di potere del tempo per lanciare in tutto il mondo il Rule Britannia, il predominio anglosassone sulle nazioni.
Sottolineando l’importanza della geografìa politica, Mackinder osservava che già a far data dalla caduta di Napoleone fino al sorgere dell’Impero tedesco la potenza navale britannica aveva cercato di contenere quella continentale russa nel quadro di un piano che allora si andava abbozzando e che venne chiamato “Great Game” (“Il Grande Gioco”). La politica britannica, ripetiamo, era indirizzata a garantirsi le vie di accesso e le linee di commercio dell’India e come tale destinata ad entrare in conflitto con qualsiasi potenziale concorrente, in primis il naturale espansionismo russo verso i mari caldi del sud, oltre che con i reiterati tentativi dell’Impero tedesco. La Russia mirava infatti ad affacciarsi sulle coste per inserirsi nei grandi traffici mondiali che si muovevano ai suoi confini meridionali. Di qui una politica di penetrazione verso i Balcani per trovare uno sbocco sul Mediterraneo, previa l’assunzione del controllo del Bosforo e dei Dardanelli, e verso l’area irano-afghana puntando sull’Oceano Indiano.
Quando dunque nel 1871 la Germania assurse a rango di potenza mondiale, riprendeva il Mackinder, l’attenzione britannica si spostò dalla Russia sulla Germania e vennero così gettate le necessarie premesse per la Prima guerra mondiale, che avrebbe dovuto abbattere contemporaneamente l’Impero russo e quello tedesco. Per Mackinder uno degli aspetti più rilevanti di quella guerra fu il tentativo da parte della Germania, che egli stimava prossimo al successo, di conquista dell’Europa orientale e quindi dell’Heartland. Il gioco ai suoi occhi era scopertissimo e i tedeschi, fallito il primo tentativo, non avrebbero mancato di riprovare non appena si fosse ripresentata l’occasione.
Famosa rimase infatti la sua massima ad uso dei partecipanti anglosassoni al Congresso di Versailles:
“Chi controlla l’Europa orientale domina l’Heartland, chi controlla l’Heartland domina il blocco continentale eurasiatico-africano, chi domina il blocco continentale eurasiatico-africano domina il mondo intero”.
HAUSHOFER E L’ATTUALITÀ DI MACKINDER
Chi prese sul serio e studiò a fondo con entusiasmo il pensiero di Mackinder fu il generale tedesco Karl Ernst Haushofer (1869-1946). Geografo, gran viaggiatore in Oriente, da alcuni storici ritenuto il fondatore della Thule Gesellschaft, società occulta filiazione diretta del Germanen Orden dalla quale scaturì il nazionalsocialismo, probabilmente vero autore, assieme al suo allievo Rudolf Hess, del Mein Kampf di Hitler, Haushofer fu la mente che concepì le teorie del Lebensraum (il famoso “spazio vitale”) che influenzarono profondamente la strategia tedesca della Seconda guerra mondiale.
Affascinato dalle idee paneuropee e panasiatiche di Coudenhove-Kalergi, ma singolarmente membro dal 1930 anche dell’American Geographical Society, professore di geografia all’Università di Monaco dal 1919, Haushofer, applicando i concetti di Mackinder alla Germania, intendeva promuovere l’espansione tedesca grazie ad un’alleanza fra Germania, Russia e Giappone – le potenze che avevano maggiore interesse a limitare l’influenza anglosassone, vale a dire il cuore dell’Heartland coniugato con un grande protagonista marittimo dell’Estremo Oriente – per schiacciare la potenza anglosassone. Il quadro di Haushofer era chiaro: gli Stati Uniti erano l’unica nazione in grado di sviluppare un potere globale terrestre, marittimo e aereo. Essa si sarebbe presto scontrata col Pangermanesimo una volta che avesse abbracciato una Weltanschauung, una “Pan-Idea”, sua propria.
Sappiamo come finì, dopo il fallito tentativo del patto russo-tedesco dell’agosto 1939, ma soprattutto dopo il fallimento di tutti i tentativi di Hitler di avvicinamento alla Gran Bretagna alla ricerca di un’impossibile collaborazione in prospettiva antiamericana. Nel novembre 1933 il dittatore tedesco giunse persino ad offrire, attraverso il Grande Ammiraglio Raeder, “all’addetto navale inglese di costruire una squadra di navi da battaglia che avrebbe potuto costituire un ’aggiunta “politica ” al conflitto sui mari che la Gran Bretagna avrebbe avuto, prima o poi, con gli Stati Uniti, guerra ritenuta «inevitabile»”.
Deposte le speranze di un’alleanza con l’Inghilterra, sarebbe seguita quella col Giappone, ma il nuovo Drang nach Osten tedesco avrebbe presto esaurito il suo slancio negli immensi spazi russi e le carte si sarebbero rimescolate a favore della Russia.
Sconfitta la Germania, l’Unione Sovietica diventava così la maggiore potenza continentale e, secondo le previsioni di Mackinder del 1943, approfittando della sua condizione vittoriosa, avrebbe tentato di espandersi quanto più possibile in Europa, puntando ad uno sbocco sul Mediterraneo e sull’Atlantico, unici sfoghi della “fortezza” dell’Heartland. Per controbilanciare la crescente potenza russa, Mackinder indicava ai paesi occidentali vincitori la via di un’alleanza fra Stati Uniti e paesi del Nord Atlantico, con Gran Bretagna, Francia e alcuni altri paesi sussidiari del Mediterraneo strategicamente significativi (Italia, Grecia, Turchia), sotto diretto controllo anglosassone.
Era la NATO, che avrebbe visto la luce sei anni più tardi coeva col sorgere della “Guerra Fredda” fra le due massime potenze mondiali, la cui conclusione è nota.
Passa il tempo, ma gli schemi e le prospettive di Mackinder sembrano non perdere nulla della loro scintillante attualità, nonostante le indispensabili messe a punto e il sorgere di altre interessanti teorie geopolitiche. Scriveva nel 1975 Saul Bernard Cohen, illustre geopolitico delle università di New York e di Gerusalemme, ed ex presidente dell’American Geographical Society.
“La massima parte degli strateghi occidentali continuano a vedere il mondo come descritto inizialmente da Mackinder”. E nel 1992 Eugene V. Rostow, Sottosegretario di Stato americano ai tempi di Johnson, membro del CFR, dei Circoli Bilderberg, della Pugwash, dell’Istituto Atlantico e direttore dell’American Jewish Committee, sottolineava che “la rappresentazione di Mackinder rimane uno strumento indispensabile di analisi delle politiche globali” .
Anche Kissinger nel suo libro Diplomacy si appellava a Mackinder per mettere l’accento sulla cruciale collocazione geografica della Russia, rilevando l’importanza della collocazione geografica della Russia: “La Russia, – diceva – al di là del governo del momento, siede a cavallo del territorio che Mackinder indica come Heartland”, con tutte le implicazioni che un’affermazione simile, formulata da un principe della politica interazionale, comporta.
La prova della perdurante attualità del pensiero geopolitico di Mackinder viene tuttavia da Z. Brzezinski, titolatissimo mondialista, ritenuto uno dei più fedeli interpreti, assieme a Edward Luttwak, della scuola geopolitica di Mackinder.
Nel suo celebre libro che alla fine degli anni ’90 tracciava le linee della geopolitica americana, “La grande scacchiera”, egli si colloca nel solco del pensiero strategico di quel personaggio, ne riprende la dottrina, ribadendo che l’Eurasia – il “World Island” – occupa una posizione assolutamente preminente e centrale nella politica estera americana e tale resterà per molto tempo. Sei anni or sono – e gli avvenimenti successivi parlano da sé – il Brzezinski scriveva:
“E ormai tempo che gli Stati Uniti perseguano un coerente disegno geostrategico d’ampio respiro per l’intera Eurasia. Questa necessità sorge dall’interazione fra due realtà basilari: gli USA sono oggi Vunica superpotenza globale e l’Eurasia è il terreno sul quale si giocherà il futuro del mondo”.
Il “coerente disegno” invocato dal Brzezinski è quello di Mackinder; a Washington infatti: “Qualunque gruppo particolare di potere emerga, la politica estera americana continuerà ad essere formata dalla visione di Mackinder”.
Dichiarazione riecheggiata da Colin S. Gray, professore di politica internazionale all’università di Hull in Inghilterra, accreditato come uno dei maggiori geopolitici del nostro tempo:
“Da Harry Truman a George Bush, la visione centrale della sicurezza nazionale americana è stata chiaramente geopolitica e individuabile direttamente nella teoria dell’ Heartland di Mackinder… l’importanza di Mackinder nel contenimento dell’Unione Sovietica che occupava E Heartland nel corso della guerra fredda era così manifesta da apparire quasi un cliché”.
UNA FIGURA DI RILIEVO DELLA SCUOLA GEOPOLITICA ANGLO- SASSONE CONTEMPORANEA: ROBERT STRAUSZ-HUPÉ
Colin S. Gray scrisse la summenzionata dichiarazione sulla rivista Orbis – Journal of World Affairs, periodico quadrimestrale di ricerca politica e organo ufficiale del Foreign Policy Research Institute, fondato nel 1955 dal diplomatico americano Robert Strausz-Hupé. Strausz- Hupé nacque a Vienna nel 1903 e visse 99 anni. Discendeva da parte di padre da una famiglia di ebrei ungheresi che ai tempi dell’Impero asburgico commerciavano in cereali, mentre la madre era un’ugonotta francese.
Stabilitosi negli USA, negli anni ’20 fece il mediatore a Wall Street, stringendo importanti relazioni per diventare progressivamente scrittore, professore universitario, consigliere alla Casa Bianca, ambasciatore dapprima in Svezia, poi presso la NATO quindi, fino al 1989, in Turchia, accesso strategico al Medio Oriente. Mentore di Strausz-Hupé fu Isaiah Bowman, uno dei direttori del Council on Foreign Relations – il celebre CFR, la più nota facciata del Potere americano – incarico che mantenne dal 1921 al 1950 a fianco di personaggi come Alien W. Dulles, che guiderà la CIA americana fra il 1953 e il 1961, il finanziere Otto Kahn, membro dell’alta massoneria ebraica del B’nai B’rith, o come Owen D. Young, amministratore della Rockefeller Foundation, direttore della Federai Reserve e membro della Pilgrims, società superiore dell’area del Potere…
A Isaiah Bowman, per lungo tempo alla guida della National Geographic Society, non poteva sfuggire la grande ammirazione nutrita da Strausz-Hupé per le teorie di Mackinder e per Karl Haushofer. Da buon reclutatore qual era, Bowman si occupò dell’istruzione del sagace allievo fino a laurearlo nel 1946 presso l’Università della Pennsylvania. Nel frattempo, Strausz- Hupé veniva introdotto nei discreti circoli dei servizi segreti americani.
Il FPRI vide la luce grazie al finanziamento della Fondazione Smith Richardson (il produttore del famoso Vicks Vaporub), sorta nel 1935 e specializzata nel sostegno a progetti di carattere geopolitico, di interesse strategico per gli USA. Il FPRI poté fin dall’inizio giovarsi della collaborazione di personaggi come William Yandell Elliot ( 1896-1979) Rhodes Scholar a Oxford negli anni ’20, professore ad Harvard, membro del CFR e co-fondatore della CIA nel 1947, mentre fra i più giovani erano James R. Schlesinger (uomo del CFR che nel 1973 diventerà direttore della CIA) ed Henry Kissinger, futuro protagonista della politica estera americana e luminoso astro del firmamento mondialista.
Giova osservare che il pensiero di Elliot e del suo stretto collaboratore Strausz-Hupé influenzarono profondamente personaggi del CFR di grande attualità, come il teorico dello scontro delle civiltà Samuel P. Huntington, il suddetto Henry Kissinger, il fondatore della Trilaterale per conto dei Rockefeller Zbigniew Brzezinski o McGeorge Bundy (1919-1996) definito dal New York Times del 18 maggio 1965 “Bramino di Boston” e “architetto della politica americana”. McBundy fu presidente della Ford Foundation fra il 1966 e il 1979, membro dei riservati Circoli Bilderberg, ma soprattutto – a partire dal 1940 – di una società superiore dell’area del Potere, L’Ordine. Bundy, al pari di Kissinger più tardi, fu Assistente al
National Security Ajfairs, luogo assai “sensibile” dell’esecutivo americano dove le notizie vengono sottoposte a vaglio e selezione prima di essere inviate al Presidente. Furono questi personaggi, invero – espressioni visibili di società occulte più riservate – a rendere possibile l’odierno ruolo di Superpotenza dominante degli USA.
Membro dell’Atlantic Council degli Stati Uniti (ACUSX) e del CFR, Strausz- Hupé fu protagonista di prima forza della scena postbellica legando il suo nome alla diffusione della geopolitica presso un’intera classe dirigente americana. La sua opera principale Geopolitics: The Struggle far Space and Power (Geopolitica: la lotta per lo spazio e per il potere), pubblicata nel 1942 a qualche settimana dall’entrata in guerra degli USA, lasciava chiaramente trasparire il disegno di un nuovo ordine mondiale sotto l’alta ispirazione anglosassone.
Nel numero inaugurale del 1955 della rivista Orbis, suscitò grande interesse un saggio del suo fondatore, Strausz-Hupé, intitolato “The Balance of Tomorrow” (L’equilibrio di domani), che riprendeva il titolo della sua tesi di dottorato pubblicata verso la fine della Seconda guerra mondiale. In questo saggio venivano in pratica tracciate le linee programmatiche che la politica americana avrebbe dovuto seguire nei cinquant’anni successivi (vale a dire fino all’incirca al 2005). Ne riportiamo qualche passaggio, lasciando al lettore la verifica dei traguardi raggiunti.
Il saggio debuttava definendo il XX secolo un’età nella quale “sono stati messi in moto gli strati più bassi dell’universo della politica”, rilevava che si era assistito “al crollo completo di una struttura dopo l’altra”, e – riferendosi ai rovesciamenti delle alleanze durante le due guerre mondiali e la Guerra Fredda – che “ogni accordo solenne, proclamato come un ritorno all’ordine, è superato e annullato dagli eventi” (p. 10). Alla constatazione dell’esistenza di uno stato di crescente entropia sociale serviva pertanto opporre un progetto di nuovo ordine, in nome del superiore bene dell’umanità. Ne derivava in ultima analisi che:
“Il problema che sta innanzi agli USA è l’unificazione del globo sotto il loro dominio entro questa generazione” (p. 14). L’autore proseguiva chiedendosi retoricamente:
“Il futuro ordine mondiale sarà l’Impero universale americano?” La risposta di Strausz-Hupé non era del tutto univoca: sì, sarebbe stata un’epoca americana, ma per il tempo necessario a suscitare un coagulo più ampio, aggiungiamo noi, poi l’America avrebbe probabilmente passato la mano. Cruciale il passaggio seguente:
“Il futuro ordine mondiale contrassegnerà l’ultima fase di una transizione storica e coronerà la rivoluzionaria epoca di questo secolo. La missione del popolo americano è di seppellire gli Statinazione, guidare i loro dolenti popoli verso unioni più allargate e terrorizzare (overawe) con la sua potenza quanti ardissero sabotare il nuovo ordine, gente che non ha nulla da offrire all’umanità salvo un ’ideologia putrefatta e forza bruta. È probabile che il compimento di questa missione esaurirà le energie dell’America e che il centro di gravità storico si sposterà quindi presso un altro popolo. Ma tutto ciò avrà poca importanza ai fini dell’apertura dei nuovi orizzonti che noi ora intravediamo confusamente e che introdurranno l’umanità in una nuova fase storica. […] Per i prossimi 50 anni, o giù di lì, il futuro appartiene all’America. L’Impero americano e l’umanità non saranno contrapposti, ma soltanto due nomi dell’ordine universale in cui regneranno pace e felicità. Novus orbis terrarum”.
Ora Novus orbis terrarum significa Nuovo Mondo. Il Mondo, appunto, della Cospirazione aperta, dell’ Ultima rivoluzione, della forma delle cose a venire teorizzato da H.G. Wells. Immediato il collegamento della nuova divisa – così assimilabile a quella che domina il dollaro: Novus ordo seclorum – al nome della rivista ufficiale inaugurata dall’articolo in questione.
H.G. Wells, membro della chiusa Fabian Society, scriveva: “Il Mondo Atlantico, è solo in questo mondo che sono possibili una classe, un ‘ampiezza sufficiente di pensiero e di discussione per un adeguato sviluppo della cospirazione aperta”.
Lo stesso concetto emerge a p. 20 del saggio citato, dove Strausz-Hupé dichiara che la cultura anglosassone costituisce il ponte ideale fra le vecchie culture e la nuova cultura mondiale in via di gestazione.
UNA RIVISITAZIONE DELLA STORIA RECENTE ALLA LUCE DELLA VISIONE GEOPOLITICA DI MACKINDER
Si provi ora a volgersi, muniti di queste chiavi interpretative, alla geografia delle guerre dai primi del Novecento ad oggi: Prima guerra mondiale, gli americani si stabiliscono nell’Europa occidentale restringendo di parecchio l’Atlantico. La Seconda guerra mondiale reca con sé l’occupazione militare del Giappone, ma soprattutto quella della Germania, vero obiettivo strategico della guerra, entrambi Paesicardine per l’accerchiamento dell’Heartland. La sconfitta dei fascismi ha come conseguenza l’occupazione militare di Germania, Giappone e Italia e la costituzione di una rete di basi e di porti americani che dalla Norvegia raggiunge la Turchia, la oltrepassa e si spinge fino al Golfo Persico integrandosi con quelle britanniche di Malta, Suez e di Aden. Sorvoliamo sulla colonizzazione economica e culturale imposta ai vinti, così decisiva e importante invece per l’indebolimento e l’omologazione dell’identità delle generazioni a venire a quella del vincitore. Anche l’occupazione di Taiwan, la guerra di Corea e il Vietnam, presentate, peraltro non senza ragione, come argine al comunismo dilagante, hanno aggiunto tasselli alla morsa stretta attorno all’Heartland, con un esercito e una flotta permanenti dislocati in Corea e nei mari prospicienti le coste asiatiche. In Persia la caduta dello Scià Reza Pahlevi è seguita dalla nascita della Repubblica Islamica dell’Iran che con Khomeini si rivela subito intensamente americanofoba. Ben più grave, con le sue oscillazioni verso l’Unione Sovietica essa minaccia di rompere l’accerchiamento dell’Heartland. Ecco allora nel 1980 una guerra contro l’Iran scatenata per procura dagli Stati Uniti, con l’Iraq di Saddam Hussein nel ruolo di testuggine, guerra che durerà otto anni e farà il rispettabile numero di un milione di morti. Gli Stati Uniti forniranno a Saddam ogni mezzo per vincerla, gas nervini e rapporti di intelligence satellitari relativi ai movimenti di truppe iraniane inclusi, e uno degli attuali capi dell’esecutivo americano, Donald H. Rumsfeld, farà ripetutamente la spola fra Washington e Baghdad per assicurare le necessarie forniture militari. Risultato: né vincitori, né vinti, solo qualche punto a favore dell’Iraq pagato però con un’economia rovinata, una voragine di 40 miliardi di dollari da colmare e una ancor maggiore dipendenza dagli aiuti americani col solito corollario per entrambi i popoli coinvolti nel conflitto di sofferenze, lutti e miseria.
Nella stessa luce si consideri lo svolgersi della Guerra Fredda che ci era stata presentata come un lungo braccio di forza, sordo e silenzioso, per isolare, usurare e soffocare progressivamente il grande impero comunista, una guerra – diceva Brezinski – in cui “la posta in gioco era monumentale. Geopoliticamente la lotta era in prima istanza per la massa territoriale eurasiatica, e in ultima istanza per la stessa supremazia globale”.
In realtà i fatti si sono svolti in modo un po’ diverso da quello che per anni ci hanno fatto credere: la lotta al comunismo era infatti fittizia ed è noto che le massonerie anglosassoni hanno sostenuto il comunismo fin dalla sua nascita e fino al momento in cui hanno deciso di abbatterlo, assieme al suo impero, nel 1989, quando ormai la Russia era allo stremo con un fardello di delitti spaventoso (60 milioni di morti del comunismo e il flagello dell’aborto che aveva ucciso 2 bambini per ogni nato). La Guerra Fredda è stata in realtà più contro l’Europa che contro la Russia. Il pericolo russo è servito infatti a compattarla e asservirla preparandone altresì l’unificazione secondo i progetti americani o, meglio, secondo i disegni del Potere che si serve degli Stati Uniti.
Ciò non toglie che negli anni ’80 l’URSS abbia tentato invano di rompere l’accerchiamento con l’occupazione dell’Afghanistan, tentativo che se fosse stato coronato di successo avrebbe proseguito attraverso il Belucistan pakistano fino al sospirato sbocco sull’Oceano Indiano. Siamo poi stati spettatori della controffensiva americana con la Guerra del Golfo del 1991, con la conquista degli enormi campi petroliferi di Rumaila nel Sud dell’Iraq, lo smembramento dell’ex Jugoslavia, i 78 giorni di bombardamenti sull’avamposto slavo-ortodosso serbo che ne inginocchiarono l’economia, estinguendo per la Russia ogni speranza di accesso all’Adriatico e congelando, grazie al crollo nel Danubio dei due grandi ponti di Belgrado e di Novi Sad, il traffico fluviale tedesco delle chiatte da 3000 tonnellate verso i terminali petroliferi del Mar Nero (diceva il grande matematico russo Igor Safarevic, che ebbi la felice ventura di conoscere in quel periodo nel corso di un convegno a Milano, che nel suo Paese la guerra nel Kosovo veniva percepita come la prefigurazione della sorte che un giorno sarebbe toccata alla Russia).
L’offensiva americana proseguiva senza sosta sugli altri fronti, con l’Arabia Saudita a fianco degli Stati Uniti nel finanziamento dei movimenti fondamentalisti islamici del Caucaso, in Daghestan e in Cecenia, col risveglio destabilizzante del senso nazionale nelle popolazioni turcofone dell’Asia Centrale ad opera di un fedelissimo alleato di Israele e degli Stati Uniti, la Turchia, avamposto asiatico degli interessi geopolitici americani. Il 19 settembre 2002 prende anche avvio, alla presenza del Ministro americano per l’Energia, il libanese Spencer Abraham (CFR), la costruzione di un antieconomico oleodotto attraverso la Turchia verso il porto di Ceyhan sul Mediterraneo per tagliar fuori la Russia dal petrolio azero e da quello kazhako.
Indi l’11 settembre e il grande balzo militare in Afghanistan, obiettivo strategicamente importantissimo per il suo ruolo di crocevia fra Asia centrale e Subcontinente indiano(28), e direttamente nelle Repubbliche centroasiatiche ex sovietiche con l’installazione in tempi straordinariamente brevi di una serie di basi nella regione. Fra esse spicca quella gigantesca di Manas, sobborgo della capitale del Kirghizistan Bishkek dove già i sovietici avevano costruito un aeroporto con piste di quattro km di lunghezza per l’atterraggio di aerei da trasporto pesanti, sul territorio stesso dell’Heartland.
L’Afghanistan è solo una tappa, il preludio dell’opera: assistiamo infatti all’occupazione militare dell’Iraq, altro paese della fascia che circonda l’Heartland, che apporterà agli Stati Uniti l’ulteriore vantaggio di serrare da tre lati in una morsa senza scampo l’lran. Restano i “Rogne States”, gli “Stati canaglia” che, guarda caso, sono importanti tessere non ancora inserite nell’accerchiamento della fortezza Heartland: Siria, ma soprattutt0 lo strategico Iran, anomala soluzione di continuità terrestre della cintura americana di Stati che serra la Russia dalla Scandinavia alla Cina, e l’importantissima Corea del Nord, avamposto cinese e testa di ponte orientale per l’attacco agli spazi siberiani. Il Grande Gioco interessa allo stesso modo le repubbliche centroasiatiche, in particolare l’Uzbekistan, il Paese più filo- americano della regione che ospita truppe e basi occidentali, e il Kazhakstan, oggetto di ogni attenzione del Pentagono affinché proceda, naturalmente sotto supervisione americana, alla costruzione della sua prima base militare sul Caspio, il porto di Atyrau – soprannominata “Città del Petrolio” – sita a soli 350 km a sud-est di Astrakhan, la maggiore città della Russia meridionale sul delta del Volga.
Sincronicamente la NATO, ormai assurta al ruolo di polizia di frontiera dell’Impero, avanza verso le frontiere russe con l’americanizzazione sistematica dell’Europa dell’Est, facilitata dalle condizioni economiche disastrose lasciate in eredità dal comunismo. Si tratta di inserire il cuneo mackinderiano fra Germania e Russia: brillante motivazione del prossimo ingresso nella NATO delle repubbliche baltiche Lituania, Lettonia ed Estonia che vanificheranno ogni velleità di presenza russa sul Baltico. Polonia, Repubblica Ceca e Ungheria membri NATO già dal 1999, completano dal canto loro l’accerchiamento occidentale, mentre Romania e Bulgaria sono pronte ad entrare nell’Alleanza ancora nel 2004, con Bielorussia e Ucraina che si stagliano all’orizzonte in prospettiva. In realtà, sotto le mentite spoglie di un allargamento della NATO, siamo in presenza di una vera e propria conquista da parte degli anglosassoni dell’Europa Orientale.
Ci si potrebbe (molto) ingenuamente chiedere cui prodest, se è stato proclamato urbi et orbi che la minaccia comunista in Europa non esiste più? alla “guerra al terrorismo”? Ma allora lo Stato-canaglia, lo Stato-terrorista per eccellenza è la Russia di Putin!
E lo è, infatti, nella misura che la sua presenza e la sua determinazione sulla scena politica mondiale impedisce l’accesso americano alle risorse energetiche del Caspio e ai favolosi giacimenti di materie prime strategiche della Siberia. Invero, il giorno che gli anglosassoni riuscissero ad impadronirsene, per l’Europa (e per il Giappone) sarebbe finita: già tagliata fuori dalle risorse energetiche del Golfo Persico a sud, essa non potrebbe più disporre neppure di quelle ad est.
L’avversario mortale – è di tutta evidenza – è dunque un’Europa imperniata su quell’asse Berlino-Mosca tanto paventato da Mackinder e contrapposto al Novus Ordo anglosassone. In altri termini l’asse, che include anche Parigi, è espressione della sorda, secolare opposizione fra massonerie anglosassoni e Sinarchia europea per il predominio sulle nazioni, anche se – giova ribadirlo – sul programma di governo mondiale l’accordo è pieno. è una questione vecchia, che già i geopolitici tedeschi avevano preso in considerazione nei dettagli. Il 25 ottobre 1941 Hitler fece in proposito una dichiarazione a Galeazzo Ciano che, se si prescinde da questa silenziosa contrapposizione, appare a dir poco sorprendente: “Una prossima generazione dovrà occuparsi del problema Europa-America. A quell’epoca non sarà più una questione della Germania o dell’Inghilterra o del fascismo o del nazionalsocialismo o di altri sistemi, ma di un comune interesse di tutta l’Europa, all’interno di una comunità economica europea con le sue dipendenze africane”.
Dopo l’11 settembre, e in modo plateale con la guerra dell’Iraq, il gioco comunque è a carte discretamente scoperte, sotto gli occhi di chiunque lo voglia vedere: Germania, Russia e Francia, e quindi la Sinarchia europea, con l’appoggio della Cina, memore dell’avvertimento di Belgrado del 1999 quando le bombe “intelligenti” americane ebbero un improvviso vuoto di memoria andando a finire sull’ambasciata cinese, si sono pubblicamente schierate in aperto antagonismo alla egemonia mondialista anglosassone. Alla luce di questi obiettivi strategici la politica americana dopo la caduta del comunismo appare chiara e lineare. L’assedio dell’ Heartland è concentrico: da ovest con la NATO alle frontiere russe e l’intenzione dichiarata di far aderire all’Alleanza addirittura Ucrainaf31) e Bielorussia, da sud con Georgia, Turchia, Iraq, Afghanistan, e le basi dell’Oceano Indianof32), ciascuno con truppe e basi militari americane stazionanti sul proprio territorio e da est con la Corea del nord sotto attacco, l’assedio tende sistematicamente e lucidamente verso un unico, preciso, irrinunciabile obiettivo. Ma – vedremo – le cose non si annunciano per nulla così semplici e immediate.
Un’ultima considerazione. Come programmaticamente annunciato da Strausz-Hupé, la strategia mackinderiana di creazione di un grande coagulo a guida anglosassone è parte efficiente dei piani mondialisti che puntano alla liquefazione dello Stato-nazione suscitato nel 1648 con la pace di Westfalia. Scrive il commentatore del New York Times William Pfaff, in un articolo significativamente intitolato “A radical rethink of international relations” (Un ripensamento radicale delle relazioni internazionali), a commento di una pubblicazione in tema intitolata US National Security Strategy, che essa va posta sullo stesso piano del Manifesto di Marx, dove la sovranità nazionale è dichiarata illegittima a favore di un governo sopranazionale del proletariato.
Il documento dichiara infatti che, quando è in ballo la sicurezza nazionale americana le sovranità nazionali non vanno rispettate (si noti la contraddizione). È semplicemente il principio internazionalmente riconosciuto della legittimità internazionale delle nazioni che crolla. Gli USA, prosegue Pfaff, si sono in tal modo riservati di violare quella legge internazionale che essi da più di due secoli si erano sforzati di costruire, culminata alla fine del secondo conflitto mondiale nella Carta delle Nazioni Unite. Gli USA si riservano, cioè, sia di minacciare l’uso della forza contro una nazione indocile alla loro volontà, sia di
scatenare una guerra “preventiva”, come è accaduto in Iraq, nonostante un netto pronunciamento di condanna di questo arbitrio da parte del Tribunale di Norimberga.
Anche il successivo rifiuto USA di ratificare lo statuto della Corte Penale internazionale dell’Aia si iscrive in questa logica: la legge internazionale va applicata solo contro gli Stati più deboli, mentre i più forti, i vincitori, devono godere di un’immeritata, inattaccabile immunità.
Tutto è invero noto sui crimini tedeschi della Seconda guerra mondiale, ben poco invece si parla di episodi altrettanto poco edificanti, quali i sistematici siluramenti nel Pacifico delle navi ospedale giapponesi ad opera dei sommergibili americani. Sono episodi, come osservava un Autore, che la Storia impunemente concede solo ai vincitori.
DISEGNI CINESI E INTRECCI MONDIALISTI
Nel nuovo Grande Gioco la Cina, silenzioso gigante che custodisce le porte dell’Heartland, non sembra da parte sua avere rinunciato ad occupare i territori della Siberia – per ora vigilati da migliaia di armi nucleari – , almeno a giudicare dai milioni di cinesi clandestini lamentati dal governo russo che attraversano con somma indifferenza la frontiera (che invero per i popoli nomadi di quelle contrade non è mai esistita) per stabilirsi in Siberia. Anche le provocazioni degli aerei spia americani in volo sulla costa cinese per saggiarne le difese si inseriscono senza sforzo in questo quadro. Ma posto per la Cina, per questa potenza terrestre emergente in ogni campo, non ce ne sarà: le potenze dominanti non permetteranno che i loro sforzi restino vanificati e i discendenti dell’Impero celeste dovranno fare i conti col vaticinio di Samuel P. Huntington, teorico dello “scontro delle civiltà” e figura di primissimo piano della più famosa rivista di politica internazionale, “Foreign Affairs”, portavoce ufficiale delle risoluzioni e delle strategie del CFR.
Intervistato a Firenze nel maggio di quest’anno, nel corso di un pubblico incontro a Palazzo Vecchio, sul tema “La pace, la guerra, le civiltà”, il professor Huntington dichiarava:
“Adesso, l’unica possibilità di un ulteriore conflitto armato è data dagli Stati Uniti e dalla Cina in quanto gli Stati Uniti sono stati la potenza dominante in Asia orientale a partire dalla Seconda guerra mondiale, mentre la Cina lo è stata per secoli fino a metà ‘800. Pertanto, se dovessero svilupparsi contenziosi si potrebbe arrivare all’invasione di Taiwan da parte di Pechino”.
E non potrà essere un conflitto armato unicamente convenzionale perché ci sono solo due Paesi al mondo che non si possono conquistare: la Russia, che con la sua forza nucleare è in grado di distruggere l’aggressore, e la Cina che non può essere invasa per la sua enorme popolazione ed è in grado di sostenere un assedio. La preparazione remota al confronto USA con la seconda potenza regionale dopo la Russia è comunque già in cammino fin dai primi anni ’90.
Mahdav D. Nalapat, professore di geopolitica presso un’università privata dell’India meridionale, e titolare della Cattedra della Pace presso l’UNESCO, ha paragonato Cina e Stati Uniti a “due treni direttamente lanciati uno contro l’altro”. Ad ogni buon conto la Cina oggi – membro dal 1996 dell’Organizzazione per la Cooperazione di Shanghai (SCO), un’organizzazione economico-militare regionale in grado di porsi come polo geopolitico antagonista degli USA, costituita su iniziativa di Putin per riunire i principali attori dell’Asia, Cina, Russia, Kazakhstan, Tagikistan, Kirghizistan e Uzbekistan (in attesa dell’ingresso dell’India) al fine di stabilizzare politicamente e militarmente l’Asia Centrale -, dopo l’11 settembre si è avvicinata ulteriormente alla Russia. Oggi la Cina è il primo acquirente di materiale militare russo acquistando per miliardi di dollari jet, sottomarini, navi da guerra, elettronica e missili. Il commercio bilaterale è in progressiva crescita e a fine maggio di quest’anno la China’s National Petroleum Corp. ha firmato un accordo da 150 miliardi di dollari con la Yukos russa per trasportare in Cina dai campi petroliferi siberiani, fra il 2005 e il 2030, 700 milioni di tonnellate di petrolio attraverso un oleodotto la cui costruzione richiederà 2,5 miliardi di dollari.
Il pragmatismo cinese in realtà è ben lungi dall’abbandono degli obiettivi strategici della Siberia e dell’Asia Centrale, limitandosi per ora, mediante una presenza predominante nella SCO (si è deciso che il segretariato risieda a Pechino e attuale segretario SCO è l’ambasciatore cinese a Mosca) sostenuta da forti investimenti, ad allargare la propria influenza in Asia Centrale senza porsi in antagonismo con la Russia, la potenza che tradizionalmente ha a lungo dominato la regione.
ISRAELE E L’ASIA CENTRALE
Pepe Escobar, cronista di Asia Times, i cui articoli sono spesso ospitati sull’autorevole rivista italiana di geopolitica LiMes, il 26 gennaio 2002 scriveva:
“Turkmenistan e Azerbaigian hanno strette relazioni con lo spionaggio militare israeliano. Un cosiddetto “ex” agente dello spionaggio israeliano, Yousef Maiman, presidente del Mehrav Group di Israele è nientemeno che “Ambasciatore speciale ”, negoziatore ufficiale e anche responsabile della politica di sviluppo delle enormi risorse energetiche del Turkmenistan. Maiman è cittadino della Repubblica del Gas per decreto presidenziale, firmato dal Turkmenbashi stesso (= il padre di tutti i Turkmeni, N.d.T.) il leggendario megalomane Separmurad Niazov, ex membro del Politburo sovietico.
Maiman, secondo il Wall Street Journal, è attivamente coinvolto nell’impresa di fare avanzare “gli scopi geopolitici di entrambi, Stati Uniti e
Israele” nell’Asia Centrale. Certamente egli non è tipo da tergiversare: “Controllare le vie di trasporto è controllare il prodotto ” (affermazione resa nel corso di un’intervista nel suo ufficio a Herzliyah, riferendosi alla lotta atre in corso neH’ultima parte del XIX secolo per il controllo dell’Asia centrale, N.d.T.). Nessuno conosce l’origine dei fondi del Mehrav. Gli oleodotti progettati dal Mehrav tagliano fuori entrambi Iran e Russia, anche se, dopo la conquista dell’Afghanistan, fonti del petrolio di Singapore affermano che il Mehrav potrebbe prendere in considerazione un accordo con l’Iran. Tutto ciò va messo in relazione all’importanza del mercato turco. Russia e Turkmenistan sono infatti in forte concorrenza per conquistare il mercato del gas turco. Considerando le relazioni strategiche fra Turchia e Israele, il gioco di Israele è quello di impedire una dipendenza strategica della Turchia dall’Iran”. “[…] Anche la società israeliana Magai Security Systems è impegnata in Turchia: ad essa verrà affidata la sicurezza dei 2000 km di oleodotto che dal Mar Caspio trasporterà il greggio al porto turco mediterraneo di Ceyhan (alla Magai è stata inoltre assegnata la sicurezza dell’aeroporto della capitale azera Baku, N.d.T.). L’Enron, ricettacolo di criminali e massimo finanziatore dell’elezione di Bush nel 2000, era ubiquitaria: fu essa a condurre lo studio di fattibilità dell’oleodotto trans-caspico da 2,5 miliardi di dollari da parte di una joint-venture costituita tre anni prima fra Turkmenistan, Bechtel e General Electric. L’intermediario dell’accordo era nient’altro che il Mehrav Group. Il presidente Maiman spese allora una fortuna per assumere la società di lobbying Cassidy and Associates al fine di persuadere i funzionari di Washington della bontà del progetto dell’oleodotto trans-caspico (con progettata capacità di trasporto in Turchia di 30 miliardi di mc/anno di gas turkmeno. In realtà il vincitore di quel confronto fu la Russia col gasdotto marino Blue Stream di 1250 km di lunghezza, posato dall’ENI a 2100 m di profondità nel Mar Nero fra Novorossisk e Samsun a tempo da record e inaugurato alla fine del 2002, in grado di trasportare in Turchia fino a 16 miliardi di mc/anno di gas russo, N.d.T.). Per l’intricata relazione fra Israele, Turchia e Stati Uniti il Baku-Ceyhan, al pari dell’oleodotto transcaspico, è assolutamente cruciale. Esso potrebbe essere esteso per portare petrolio direttamente all’assetato Israele”.
Giova qui aggiungere che Israele è interessatissimo a quel tracciato. Il Baku-Ceyhan infatti, attraversando un Azerbaigian già membro del Consiglio d’Europa e probabile candidato all’ingresso nella NATO, una Georgia controllata dagli americani e la Turchia, stretto alleato di Israele, gli permetterebbe di essere approvvigionato di petrolio azero senza correre rischi di sorta anche in caso di guerra con i Paesi produttori del Medio Oriente, e soprattutto senza dover dipendere dalla Russia. Di qui la fortissima e costante pressione esercitata per anni dall’ AIPAC sugli organi di governo USA a favore dell’oleodotto, contro gli
interessi delle Sette Sorelle che spingevano invece per il potenziamento, geograficamente molto più logico, e quindi economico, delle reti degli oleodotti attraverso Iran, naturale e comodo sbocco sui mari caldi.
Fu ancora Maiman il principale, strenuo sostenitore della necessità di quell’anomalo e difficile tracciato attraverso le montagne del Caucaso. Nello stesso articolo il Wall Street Journal esaltava il ruolo chiave di Maiman in quella regione per bocca di un alto funzionario del Ministero degli Esteri israeliano, Shmuel Meron: “Maiman costituisce le relazioni stesse Israele- Turkmenistan […] è il nostro ambasciatore in libertà, che schiude porte e conosce le regole del gioco”, un gioco che Maiman stesso proclamava come “Il vero Grande Gioco”. Il giornale passava quindi a narrare come quel personaggio fosse riuscito ad accreditarsi presso Niyazov. Fu quasi casuale, grazie ad un felice investimento di 4,5 milioni di dollari della sua società Mehrav Group per attuare un piano di irrigazione delle lande desolate di quel Paese, adottando tecniche sperimentate con successo nei territori desertici israeliani. Niyazov ne rimase così favorevolmente colpito da conferire al Mehrav altre commesse, fra cui la modernizzazione negli anni ’90 di una vecchia raffineria turkmena. Maiman, con l’abilità consumata dell’abile tessitore, riuscì a finanziare l’impresa reperendo capitali tedeschi per 1,4 miliardi di dollari. Da quel momento il Mehrav divenne una delle sedi decisionali che dominano la politica di sviluppo economico e il commercio estero del Turkmenistan. Un’altra raffineria, del costo di 1,3 miliardi di dollari, venne successivamente realizzata dallo stesso Mehrav Group nei pressi di Alessandria d’Egitto, confermando il suo ruolo di multinazionale regionale presente in forze nel settore del gas e in quello delle telecomunicazioni.
Yousef Maiman, miliardario israelita nato in Germania, ha soggiornato lungamente in Perù dove ha avuto mano anche sulla compagnia nazionale del petrolio peruviana, la Petroperù. Trafficante di influenza si è visto rifiutare nel giugno 2003 la vendita al suo gruppo di una terza parte della concessione che la Brìtish Gas (BG) possedeva nella striscia di Gaza, ricca di giacimenti di gas per un valore di diversi miliardi di dollari, poiché egli non intendeva pagare in denaro, ma offrendo unicamente la sua rete di conoscenze e di influenza sui centri decisionali. Nel 2003 Maiman era fra i convenuti che contano dell’annuale convegno del World Economie Forum di Davos, in Svizzera, dove uno dei punti all’ordine del giorno era il reperimento di un’ulteriore quota di fondi per finanziare i sovraccosti emersi in corso di costruzione dell’oleodotto BakuCeyhan, da parte di un consorzio guidato dalla British Petroleum (la BP) e sotto gli auspici della Banca Mondiale. In quell’occasione a Davos si ritrovarono – fra gli altri – il direttore esecutivo della BP-Amoco, Peter Sutherland, israelita già al vertice della potente banca d’affari di New York Goldman Sachs e primo Direttore generale dell’Organizzazione Mondiale per il Commercio (W.T.O.), architetto eminente della globalizzazione, membro del direttivo del Bilderberg e della Trilaterale; il britannico Sir Philip Watts, presidente della Shell International; il celebre speculatore internazionale George Soros e il Segretario Generale della NATO Lord Robertson, membro di circoli mondialisti eminenti come il ramo britannico della Pilgrims’ Society, il R.I.I.A., il Bilderberg Group. È opportuno annotare che il consorzio Baku-Ceyhan è oggi rappresentato dallo studio legale Baker & Botts, il cui avvocato principale è il texano di Houston James A. Baker III (CFR, Trilaterale), uomo del clan Bush, già Segretario al Tesoro di Reagan e quindi Segretario di Stato di Bush padre, le cui note benemerenze massoniche – al pari di quelle del figlio George W. Jr. – spaziano dal 33° grado del Rito Scozzese all’appartenenza al riservatissimo Ordine (The Order), nato come capitolo di un’antica società segreta tedesca importata negli Stati Uniti da William H. Russell nella prima metà dell’Ottocento e che prese il nome di Capitolo 322, o Skull & Bones. J. Baker è figura di primo piano nell’amministrazione del Carlyle Group a fianco dello stesso Bush padre e dell’ex- Segretario alla Difesa Frank Cariucci (CFR e Trilaterale, assai prossimo a D. Rumsfeld), rispettivamente ex-direttore ed exvicedirettore della CIA. Co-fondatore della Baker & Botts fu Robert W. Jordan, che il 12 settembre 2001 venne nominato da Bush ambasciatore USA in Arabia Saudita. La Baker & Botts offre i suoi servizi alle maggiori 50 multinazionali del pianeta, può contare su 600 consulenti in tutto il mondo, un ufficio centrale a Houston – dove ha anche sede il celebre Baker Institute, un think tank della politica fondato dallo stesso Baker – e uno a Riyad, che coltiva stretti legami con la famiglia reale saudita. Già consulente della Enron
per gli oleodotti del Medio Oriente, la Baker & Botts è oggi in prima linea nell’assistenza alle compagnie americane attive nell’area caspica dell’Asia Centrale.
IL CARLYLE GROUP
Il Carlyle Group venne fondato nel 1987 da David Rubenstein, Daniel A. D’Aniello e William E. Conway. D’Aniello in quegli anni era attivo nei quadri dirigenti di multinazionali come la Pepsi-Cola e la TWA ed era vicepresidente della Marriott Corporation, una compagnia che controlla catene alberghiere di lusso dai nomi famosi come Ritz-Carlton, Four Seasons, Hyatt e Hilton. Oggi D’Aniello siede fra i direttori del Carlyle. Conway invece, già uomo della First National Bank, riveste attualmente l’incarico di presidente della United Defense Industries, una società acquisita dal Carlyle Group nel 1997, che ha assorbito nel 2000 la storica fabbrica di armi Bofors svedese, diventando in tal modo uno dei grandi poli mondiali dell’industria degli armamenti convenzionali. L’anima, il motore primo del Carlyle Group fin dalla sua fondazione resta comunque David M. Rubenstein, “un ebreo che sorseggia tè nei palazzi d’Arabia” come scrive l’autorevole Washington Post. La folgorante carriera di questo personaggio iniziò a soli 27 anni, in qualità di consigliere del presidente Carter grazie anche ai legami con Stuart Eizenstat, rappresentante della frazione mondialista della comunità ebraica americana (e membro del Bilderberg, del direttivo del CFR e di quello della Trilaterale, nonché Sottosegretario al Tesoro ai tempi di Clinton, del quale aveva diretto la campagna elettorale). Rubenstein fa parte dell’organo di governo della storica Johns Hopkins University, terreno di coltura assieme ad Yale della società illuminatica dell’Ordine e fucina plurisecolare di cultura antropocentrica e razionalistica, ingrediente essenziale di ogni idea di governo mondiale.
Il Washington Post ha succintamente descritto il Carlyle Group come una “compagnia bancaria di affari” finalizzata a “servire le grandi società e le famiglie ricche”. Con un capitale valutato in 17 miliardi di dollari e una ventina di soci, il Carlyle Group è oggi una primaria compagnia di investimento dei giganteschi fondi pensione americani nelle multinazionali della difesa e delle telecomunicazioni. Esso si colloca all’11° posto nelle forniture militari dirette al Pentagono, e costituisce il trait d’union obbligato di passaggio tra l’industria americana degli armamenti e il Ministero delle Difesa.
Se a ciò si volesse aggiungere l’entità del bilancio annuo delle spese militari americane, che dopo Eli settembre si sta avvicinando al tetto dei 400 miliardi di dollari, si intuirebbe tutta l’importanza strategica oltre che della collocazione della sua sede centrale a Washington, fra Casa Bianca e Campidoglio, – dimora del Congresso americano – e a qualche centinaio di metri solamente dalla direzione dell’FBI, il motivo della crescita vertiginosa dei profitti del gruppo dopo la dichiarazione di guerra a tempo illimitato USA al terrorismo.
Il Carlyle Group gestisce i portafogli delle famiglie Bush e… Bin Laden, mentre al suo interno si incontrano personaggi come George Soros, Mikhail Khodorkovsky, Louis V. Gerstner, quest’ultimo già alla guida delTIBM, membro dei Circoli Bilderberg e del gruppo dirigente del CFR a fianco di Soros, o l’ex Primo ministro britannico John Major, deputato alla guida della sezione europea del Carlyle Group, a sua volta presidente del Consiglio direttivo dell’elitaria Ditchley Foundation britannica!46) e membro del Bilderberg.
Del Carlyle ha fatto pure parte l’ex presidente della Deutsche Bank Karl Otto Poehl, presente alle riunioni annuali dell’esclusivo Bilderberg, già consigliere di amministrazione della banca delle banche, la Banca per i Regolamenti Internazionali (BIS) di Basilea(47) e di multinazionali come l’IBM, la Shell e l’Unilever, associato dal 1991 al 1998 di una storica banca ebraica le cui radici risalgono al 1789, la banca di investimenti Sai. Oppenheim, che oggi amministra un capitale di 61 miliardi di euro. Altri illustri personaggi dell’Olimpo mondialista passati dalle fila del Carlyle Group sono la signora Afsaneh Mashayekhi Beschloss, tesoriere e responsabile degli investimenti della Banca Mondiale, ex collaboratore della Shell e della banca J.P. Morgan, ammessa nel 2002 nel Consiglio di amministrazione della Ford Foundation; l’ex presidente filippino Fidel V. Ramos, o Arthur Levitt, presidente dal 1978 al 1989 della Borsa di Wall Street e del SEC – l’ente americano regolatore del mercato delle azioni. Tutti costoro, grazie anche allo stuolo di
subordinati che si portavano appresso, hanno usato della propria influenza per promuovere il Carlyle Group su scala mondiale. I risultati non si sono fatti attendere: a dieci anni dalla sua fondazione il gruppo aveva realizzato un guadagno netto del 34% sul capitale fino a quel momento investito, nel ruolo di investitore di primissimo piano nel campo aerospaziale, della difesa, delle telecomunicazioni e delle assicurazioni.
Fu il Wall Street Journal a rivelare il 27 settembre 2001 in un articolo intitolato “Bin Laden Family Is Tied to U.S. Group” (La famiglia’Bin Laden è legata a un gruppo americano) che la famiglia di costruttori sauditi Bin Laden, entrata nel gruppo nel 1995, era il maggiore investitore, fra altri 450, del Carlyle Group, e che James Baker e Bush padre, nella loro qualità di rappresentanti del gruppo si erano incontrati parecchie volte in Arabia Saudita con quella famiglia per stringere accordi.
Segnaliamo di passata che la mattina dell’Il settembre 2001 il Carlyle Group teneva la sua XIV conferenza annuale degli investitori al Ritz Carlton di Washington, il lussuoso hotel a cinque stelle della 22a strada di sua proprietà. Riferisce in proposito Reseau Voltaire, uno dei portavoce della Sinarchia europea, della presenza a quel convegno di James Baker, di Bush padre, del fratello di Osama, Shafìq Ben Laden, alla guida del Bin Laden Construction Group, e di molti altri invitati prestigiosi. Secondo certune fonti di informazione essi avrebbero assistito in diretta agli attentati su schermi giganti.
UNO SGUARDO DI INSIEME
Tutto chiaro, perfetto e lineare dunque? l‘Heartland dovrà presto cedere le armi e con esse il passo al rullo compressore americano? In ultima analisi le previsioni di Huntington sono state fino ad oggi rispettate? Qui la forbice con la realtà salta invece subito agli occhi. Infatti, se si ripassa con attenzione il libro di Huntington sullo scontro delle civiltà, si scopre che quell’autore intendeva porre l’accento più sullo scontro dell’area islamico-confuciana che su quello ortodosso-islamico. Con la caduta del comunismo e il dissolvimento dell’impero russo in molteplici stati ed etnie, con un marasma economico-sociale senza precedenti, invece, gli Stati Uniti – e con essi Huntington – credevano verosimilmente di averla fatta finita con la Russia, che si inseriva, così ridimensionata, come una pedina del loro gioco nella futura guerra mondiale contro Cina e Islam, eliminando finalmente in un sol colpo un possibile concorrente e un avversario irriducibile. L’avvento al potere di Putin con le cessazioni dell’anarchia interna, la ripresa dell’economia e la ricostituzione della zona di influenza russa nelle ex Repubbliche sovietiche, hanno scompigliato i programmi huntingtoniani e ha rimesso in moto la politica antirussa che pareva superata. Non si scordi che il PIL russo nel 1997 era solo il 60% di quello del 1989 e che i disoccupati nello stesso periodo erano balzati da 2 a 60 milioni, “in un periodo in cui la Russia è dipesa economicamente dalla Germania e politicamente dagli Stati Uniti”. L’effervescente ripresa dopo il periodo nero della gestione Eltsin, segnato dal crollo del rublo nel 1998, è legata al petrolio, che la Russia oggi esporta per oltre 400 milioni di tonnellate all’anno, superando nel 2002 la stessa Arabia Saudita.
Anche la vicenda Khodorkovsky e l’espulsione il 7 novembre 2003 della Fondazione Soros si inseriscono in questa strategia, con Putin da un lato, che mira a riportare sotto controllo russo l’economia, e i grandi oligarchi formatisi con Eltsin dall’altro che hanno tentato di “passare la mano” collegando l’economia russa ai centri finanziari anglosassoni che avrebbero dovuto assumerne il controllo. Dietro queste manovre si profilava ancora una volta la lotta interna fra i due capitalismi, americano ed europeo, per la supremazia dei mercati.
In realtà è ancora Mackinder e il suo assedio aÌVHeartland che fanno capolino, un assedio che però sembra annunciarsi molto, ma molto più difficile del previsto. Le sabbie mobili dell’Iraq stanno infatti dimostrando che gli Stati Uniti non hanno sufficienti mezzi militari, ma soprattutto economici, a sostenere il loro originario e non dismesso programma di dominio sull’area islamica fra Israele e i confini della Russia.
Occorre riconoscere che la ripresa della Russia ha di fatto allontanato nel tempo lo scenario huntingtoniano. Una terza guerra mondiale, poi, che coinvolgesse Cina e Islam, ma non la Russia, capace di starne al margine con una politica autonoma resa possibile da un armamento deterrente di prima forza, non avrebbe senso: nella rovina di quel conflitto, resterebbe in piedi solo la Russia, vera vincitrice per non avervi partecipato. Un quagmire, una palude, resa insidiosa soprattutto dalle condizioni economiche critiche del debito degli Stati Uniti, questa volta non soccorso dagli alleati come nel 1991, che di fatto pagarono il conto della guerra, e dalla quale gli americani non potranno uscire facilmente.
IL PROBLEMA ISLAMICO
Mentre la marcia per la conquista della supremazia continentale prosegue dunque con l’accerchiamento e la progressiva colonizzazione del blocco eurasiatico, un’ombra oscura inquieta i pianificatori ritardando il loro ruolino di marcia verso la Repubblica Universale: l’Islam. Le azioni americane dopo 1’ 11 settembre hanno posto bene in chiaro questi due aspetti. In questa sede si è già trattata la contrapposizione IslamOccidente, una contrapposizione fomentata da decenni allo scopo di penetrare e indebolire l’Eurasia puntando su contrasti religiosi ed etnici alimentati ad arte. L’esito di tali conflitti in Asia Centrale avrebbe probabilmente dovuto condurre ad un auspicato scontro di civiltà ortodossi-islamici, seguito dalla perdita per la Russia del controllo su quelle regioni.
Il nucleo duro dell’Islam che avversa il cammino mondialista resta certamente un fenomeno da non sottovalutare: le azioni americane dopo l’11 settembre, simili a quelle di un elefante innervosito in una cristalleria – se considerate disgiunte dai menzionati disegni strategici – sono state mediaticamente presentate come una giusta lotta contro rozzi fanatici guidati da capi privi di qualsivoglia conoscenza approfondita dell’Occidente e degli USA in particolare. Ma se ci limitiamo alla sola Intifada palestinese in corso dal settembre 2000, dopo la “passeggiata” di Sharon sulla spianata del Tempio, si scopre invece – e lo sanno perfettamente gli israeliani – che si tratta di una generazione di musulmani educati all’occidentale, che ha ben chiaro lo stile di vita americano e che è determinata a morire piuttosto che ad assorbirlo.
Il problema si complica non di poco se tali sentimenti, dal Marocco all’Indonesia, si accompagnano ad un rifiuto più o meno generalizzato della globalizzazione e ad una demografia esplosiva, in grado di sopraffare in poco più di una generazione l’Occidente con la forza del numero, del tutto incurante delle pressioni esercitate dall’odiata triade ONU-Fondo Monetario Internazionale-Banca Mondiale affinché anche i paesi musulmani si pieghino ad introdurre misure draconiane di limitazione delle nascite.
Huntington, nella sua attesissima “lectio magistralis” alla Fiera del Libro di Torino del maggio dello scorso anno, registrava:
“Nei paesi musulmani c’è un’alta percentuale di giovani, e di giovani maschi, e questa componente della popolazione è quella che – ovunque – alimenta e prende parte al maggior numero di conflitti […] Questo fa pensare che la tensione fra Occidente e Islam sia destinata a durare ancora per i prossimi venti, trent’anni. Poi, fra trent’anni, il tasso di crescita demografica in Islam dovrebbe cambiare e forse in questo modo sarà rimossa una delle principali fonti del conflitto tra Islam e Occidente”.
Come dire che tra 20 o 30 anni nei Paesi musulmani l’età media dovrà forzatamente innalzarsi, e non di poco. In realtà è difficile pensare che i reggitori siano
così ingenui da credere di conseguire un mutamento dei costumi di vita, e quindi un passaggio deciso dai costumi islamici alla civiltà Coca-Cola, entro una generazione. Non è quindi reale attendersi uno scenario degenerativo su scala eurasiatica sul tipo di quello che oggi si presenta in tutta la sua drammaticità in Israele, dove una del le cause della pesantissima ripresa dell’Intifada, e del feroce contrasto israeliano, sembra in buona parte imputabile ai timori dei dirigenti ebraici di rimanere a breve sommersi dalla natalità palestinese.
Di converso non è chi non veda come una popolazione di vecchi non sia la più adatta alla guerra, e che essa non potrebbe né saprebbe resistere a chi guerra le muovesse: il dominio di nazioni demograficamente e vitalmente esauste, oberate da squilibrati costi sociali imputabili ad una popolazione anziana sproporzionata a quella attiva, diventa in tal modo facilissimo esercizio per i reggitori. Essi, infatti, possono largamente attingere all’instabilità sociale indotta da massicce immigrazioni di gente giovane, fatta convenire a sostegno dell’economia e rigorosamente selezionata fra popolazioni di credo religioso diverso da quello della nazione ospite.
In conclusione, l’Islam, a causa dell’esclusivismo della sua fede difficilmente permeabile alle ideologie e ai costumi occidentali – nonostante il grandioso sforzo di penetrazione culturale americana in atto – appare incompatibile con un disegno di governo mondiale spiritualmente fondato sulla visione sincretistica di tutte le religioni all’insegna dell’arcobaleno del New Age. Ciò indubbiamente è ritenuto vero da entrambe le massonerie rivali, sia quella anglosassone che quella sinarchica, giacché entrambe si abbeverano alle stesse fonti gnostiche e mirano agli stessi fini.
Non sorprenderebbe quindi di apprendere presto che gli scenari descritti da Huntington, che ora appaiono così problematici, si stanno invece realizzando e che per i Paesi islamici si preparano gran brutti tempi. Troverebbero in tal modo una spiegazione razionale anche le angherie ai paesi arabi, le aggressioni e l’esasperazione delle divergenze emergenti fra civiltà maomettana e civiltà cristiana; si intuisce infatti una ricerca da parte dei pianificatori del punto oltre il quale possa scatenarsi quella ricercata reazione generalizzata che permetterebbe all’Occidente una risposta devastante.